Pubblicazione
Aligi Sassu - Il Concilio Vaticano II

Testi di Loris Francesco Capovilla, Bruno Forte, Giovanni Gazzaneo

Introduzione di Emiliano Straccini

e d i z i o n i c r o c e v i a - M i l a n o

DALLA MATERIA INFORME, UN ARCHETIPO DELLA BELLEZZA PLURIMILLENARIA



Immergersi per emergere e sollevarsi
Pierre Teilhard de ChardinDall’enciclica Paenitentiam agere


Giovanni XXIII (1 agosto 1962)Il Concilio ecumenico essendo l’adunanza dei successori degli Apostoli, cui il Salvatore divino affidò il mandato di ammaestrare tutte le genti, insegnando loro a osservare tutte le cose che egli aveva comandato, vuol significare una più alta affermazione dei diritti divini sulla umanità redenta dal Sangue di Cristo, e dei doveri che avvincono gli uomini al loro Dio e Salvatore
(§ 4).
Tutto il popolo cristiano, dedicandosi più intensamente alla preghiera e alla pratica della mortificazione, offrirà un mirabile e commovente spettacolo di quello spirito di fede, che deve animare indistintamente ogni figlio della Chiesa. Ciò non mancherà di scuotere salutarmente anche l’animo di coloro che, eccessivamente preoccupati e distratti dalle cose terrene, si sono lasciati andare alla trascuratezza dei loro doveri religiosi
(§ 27).
Se tutto ciò avverrà come è nei vostri desideri e voi Vescovi potrete muovere dalle vostre diocesi verso Roma per la celebrazione del Concilio recando con voi un così ricco tesoro di beni spirituali, si potrà legittimamente sperare che sorga una nuova e più fausta èra per la Chiesa cattolica
(§ 28).

Crocevia – Fondazione Alfredo e Teresita Paglione, con le sue iniziative nell’anno centenario di Aligi Sassu (1912-2012) e cinquantesimo del Concilio Vaticano II (1962-2012); con le sue donazioni e la sua brama di servizio, dà all’Abruzzo e a tutti coloro che sono sensibili alle sorti d’Italia, d’Europa e del mondo una severa e suadente lezione, che mi sembra scaturita dagli scritti dello scienziato, apostolo e mistico Pierre Teilhard de Chardin (1915- 1955), implorante il cambiamento – si noti bene: nel 1936 – per una reale crescita dell’umanità: “Per convertire il mondo occorre certo moltiplicare i nostri missionari. Ma noi dobbiamo anzitutto ripensare, con tutta la nostra umiltà, la nostra Religione. L’ho detto apposta, al fine di segnalare ciò che, al presente, mi sembra essenziale per dirigere verso il Cristianesimo tutte le forze incerte che nascono: che il Cristianesimo accetti finalmente senza reticenze le nuove dimensioni (spaziali, temporali, psicologiche) del Mondo attorno a noi!
Non ignoro, beninteso, l’azione intensificata, in questi ultimi tempi, della Chiesa per riconciliarsi col Mondo moderno. Ma riconciliazione non è ancora accettazione. Dopo le concessioni particolari fatte dal Cristianesimo si teme (mi riferisco soprattutto ai Gentili) di sentire sempre la stessa opposizione, o almeno la stessa diffidenza fondamentale: come se la Chiesa non volesse impegnarsi, darsi; come se, più profonda ancora degli incoraggiamenti singoli, si celasse la stessa riserva: in fondo, non c’è niente e non ci sarà mai niente di nuovo sotto il Sole. Niente saprebbe cambiare il volto della Terra. La Terra non è d’altra parte appesantita, accecata per la caduta originale? Sempre questione di mondo senescente, di mondo frigescente, mondo che invecchia, mondo che si gela, non di mondo nascente. Insomma pur accettando certi risultati, certe prospettive del Progresso, la Chiesa sembra non credervi. Essa talvolta benedice, ma il suo cuore non c’è […].
Non si converte se non quello che si ama. Se il cristiano non è in completa simpatia col mondo nascente, se egli non prova in se stesso le aspirazioni e le ansietà del mondo moderno, se non lascia crescere nel suo essere il senso dell’umano, egli non realizzerà mai la sintesi liberatrice tra la terra e il cielo da cui può nascere la manifestazione ultima del Cristo universale. Ma egli continuerà a ingannarsi e a condannare quasi indistintamente ogni novità, senza discernere, tra le sporcizie e i mali, gli sforzi sacri di una nascita. Immergersi per emergere e sollevarsi. Partecipare per sublimare. Questa è la legge stessa dell’Incarnazione. Un giorno, già mille anni fa, i Papi, dicendo addio al mondo romano, si decisero di passare ai Barbari. Un gesto simile, e più profondo, non è atteso anche oggi? Penso che il Mondo non si convertirà alle speranze celesti del Cristianesimo se prima il Cristianesimo non si converte (per divinizzarle) alle speranze della Terra” (Pechino, 9 ottobre 1936).
Questa voce non è rimasta del tutto inascoltata. Ha risvegliato coscienze, animato attività intellettuali, religiose, sociali. Ventitré anni dopo questo accorato appello, la parola schietta e l’esempio suadente di Giovanni XXIII, vescovo di Roma, hanno convinto molti a pensare in grande e a guardare alto e lontano; a non aver paura di niente e di nessuno e a non arrendersi mai al catastrofismo. L’Uomo mandato da Dio, l’11 ottobre 1962 sulla porta del Concilio Vaticano II ebbe l’ardire di proclamare: “Tantum aurora est. Siamo appena agli inizi dell’evangelizzazione e della civiltà che da Cristo prende nome e linfa vitale”. Quattro mesi prima, il 23 giugno (altro cinquantesimo!), aveva accolto in Vaticano i partecipanti al XXII Congresso della Confederazione internazionale della Società degli Autori e Compositori. Parlando loro ribadì l’interessamento della Santa Sede per tutte le manifestazioni di arte e cultura, mettendo in risalto l’importanza della produzione poetica, letteraria e musicale per l’elevazione del cuore umano a sfere più alte, per mettere in valore l’afflato spirituale che anima ciascun popolo, per esprimere un messaggio che, al di sopra di ogni barriera, è quanto mai utile ed efficace all’unione dei popoli tra loro.
Alfredo Paglione, Giovanni Gazzaneo e gli Amici di Crocevia saranno lieti di conoscere il nitido e caldo indirizzo che Mario Vinciguerra (1887-1972) rivolse al Papa in quell’eccezionale e storica circostanza: “Santo Padre, a un umile uomo di lettere quale io sono, è toccato in sorte l’onore altissimo di presentare alla Santità Vostra personaggi ragguardevoli nel mondo delle lettere, del teatro, della musica, appartenenti alla maggior parte dei paesi d’Europa e di altri Continenti. Alcuni di essi sono insigni e celebri come Zoltàn Kodàly e Ildebrando Pizzetti. Credo di interpretare il sentimento di tutti i presenti, che è di venerazione e di raccoglimento, in un momento solenne e che non sarà dimenticato.
Personalmente – e forse con una certa arditezza – credo di poter esprimere, come in sintesi, una idea che supera le condizioni e le qualità di noi tutti e che si leva dalla prima epistola di Pietro: ‘Comportatevi da uomini liberi non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma da servi di Dio’ (1 Pt 2,16)”. Col suo elaborato discorso, affabile e geniale, Giovanni XXIII, chinato sui solchi della genuina tradizione umanistico-religiosa sublimata dall’Incarnazione del Verbo, ha onorato i papi antecessori, ammantati di misericordia e mecenatismo e ha prevenuto le aperture dei successori, tutti insieme custodi e garanti del depositum fidei, via via reso più fulgente da incoercibile slancio apostolico, aprendo così una nuova pagina sul rapporto fede e arte: “Il linguaggio del poeta, del letterato, del musicista ha una efficacia tutta speciale per rivelare i nascosti segreti delle anime, per interpretare le loro aspirazioni, addolcire le loro sofferenze. Esso può orientare i cuori verso fini elevati, riparare errori, purificare passioni frenandole nella corsa verso l’abisso, e può esaltare gli slanci verso il vero bene […]. Nella vostra professione non si tratta di acquisto di ricchezze materiali, né di favorire la sagacia di gruppi umani in materia economica. Ciò che vi interessa – e questo è l’onore della vostra vocazione – è di valorizzare l’anelito spirituale da cui ogni popolo è animato. È per mezzo della voce dei suoi poeti e dei suoi artisti, che un popolo, anche prima di avere ottenuto il suo sviluppo economico, come è il caso di tanti nuovi paesi che nascono nei nostri giorni alla vita internazionale, può rivelare l’incanto e il mistero
della sua fecondità interiore. La voce del poeta e dell’artista istruisce, educa, consola: essa è la sorgente della gioia più pura e più alta. Il messaggio di cui essa è portatrice passa al di là delle frontiere artificiali che separano gli uomini gli uni dagli altri. Nelle ore della tristezza e dell’umiliazione, nel bollore di guerre fratricide, è accaduto che la voce del poeta e le armonie musicali hanno condotto gli uomini alla riflessione e hanno loro suggerito disegni più pacifici […]. Il vostro messaggio si indirizza, forse, più che ai contemporanei, alle generazioni di domani. Dicendo questo, io penso alle falangi innumerevoli di coloro che vi hanno preceduto nella nobile carriera. Le loro esistenze furono spesso travagliate da prove indicibili, ma le loro voci continuarono a risuonare per la consolazione e la gioia di tutti i secoli.
Il Vangelo dice: ‘Uno semina e un altro raccoglie’ (Gv 4,37). Voi siete dei seminatori. Altri raccoglieranno dopo di voi, e già forse sono in mezzo a coloro che nascono alla vita sotto i vostri occhi. Che gioia per me e per ogni uomo di cuore, rendersi conto che la gioventù di oggi sente passare sopra di sé il soffio vivificatore, che la porta a interessarsi sempre più dell’acquisto dei beni spirituali!
Proseguite il vostro bel compito con cuore generoso, e guardate davanti a voi con serena confidenza. Ciò servirà ad attirare l’attenzione sul vostro messaggio e contribuirà a orientare gli uomini e i popoli a pensieri di pace” (Discorsi Messaggi Colloqui di Giovanni XXIII, vol. IV, pp. 397-400, Tipografia Poliglotta Vaticana).Cari Amici. La mirabile citazione è un po’ sovrabbondante. Nel riflettervi sopra ho sperimentato il gusto di abbeverarmi alla fontana del villaggio e provato la sensazione di deporre sull’avello di Aligi Sassu il tozzo di pane casalingo che lui, “socialista senza partito, cristiano senza chiesa” (Ignazio Silone), bramava di ritrovarsi tra le mani. A modo suo anche lui è stato cantore delle assisi ecumeniche. Negli anni giovanili lo è stato in modo aspro e polemico. Durante i lavori del Vaticano II riprese il tema sviluppato durante la guerra, aggiornandolo al nuovo clima instaurato da Giovanni XXIII.
Diamo la parola a un ottimo saggista: “Se la tela dal titolo Concilio dei vescovi (1959) è ancora pervasa da spirito polemico nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, tale atteggiamento andò via via attenuandosi con il progredire dei lavori conciliari, fino a placarsi nella visione rasserenata offerta dalla tela Concilio datata 1963. La parabola di Aligi Sassu nel suo rapporto con la Chiesa di Roma era per altro in linea con parte rilevante della cultura italiana, cattolica e laica, che visse quella stagione con grandi aspettative di rinnovamento. Il percorso di conversione di Sassu culminò nella notevole opera di cronaca contemporanea: l’affresco commemorativo del Concilio Vaticano II dipinto in una cappella della chiesa di Sant’Andrea a Pescara, commissionatogli dai Padri Oblati di Maria Immacolata. Nell’ampio murale egli volle inserire i cardinali più in vista convenuti a Roma, tra cui l’africano Laurean Rugambwa (1912-1997) che nel novembre del 1964 presenziò all’inaugurazione dell’opera” (Roberto Bancheri, “Corriere del Trentino”, 21 giugno 2012).
Col nome del porporato tanzanico, mio carissimo amico, faccio punto. Depongo la penna a Camaitino, casa sottomontese di Giovanni XXIII e vengo pellegrino a Chieti e Pescara, a Tornareccio e a Fara San Martino; vengo con animo gonfio di commozione e gli occhi inondati nella luce delle cose belle e buone che l’Abruzzo regala anche a me; vengo a felicitarmi e a cantare Te Deum e Magnificat nell’atto di segnalare a tutti il voto più seducente del Concilio Vaticano II, incastonato nell’enciclica Pacem in terris: “Coloro che prestano la loro opera alla ricomposizione dei rapporti della vita sociale non sono molti. A essi vada il nostro paterno apprezzamento e il nostro pressante invito a perseverare nella loro opera con slancio sempre rinnovato e ci conforta la speranza che il loro numero aumenti, soprattutto tra i credenti. È un imperativo del dovere; è un’esigenza dell’amore. Ogni credente, in questo nostro mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa: e tanto più lo sarà, quanto più nella intimità di se stesso vive in comunione con Dio” (§ 166).

Loris Francesco Capovilla
arcivescovo di Mesembria


Sotto il Monte Giovanni XXIII,
1 agosto 2012 Anno cinquantesimo dell’enciclica

Paenitentiam agere
Festa del Preziosissimo Sangue
di N. S. Gesù Cristo

Aligi Sassu nel suo studio di Mallorca con alle spalle, tra i dipinti, uno dei Concili

IL CONCILIO COME SINFONIA ECCLESIALE

Sono diverse le raffigurazioni conciliari dovute alla creatività pittorica di Aligi Sassu: da quelle di vescovi in gruppo, a quelle esplicitamente ispirate al Concilio di Trento e al Vaticano II, a quelle di singole figure di vescovi e cardinali, fino all’originalissimo autoritratto in abiti cardinalizi, dipinto come omaggio a El Greco. Non manca neppure un Cristo davanti al Sinedrio, dove i membri del supremo consiglio sono in abiti… episcopali. Il rosso è il colore dominante, e in questo si può cogliere un’esplicita evocazione del ruolo dello Spirito Santo, disceso a Pentecoste in forma di fiammelle di fuoco. Il giallo ritorna con il suo simbolismo proprio di colore dell’oro, colore del divino e del sacro. Non manca lo scuro delle ombre e perfino qualche chiazza conturbante di nero, come a dire che nelle assisi conciliari la luce viene a mescolarsi alle ombre e con la grazia non manca l’affacciarsi inquietante del calcolo, del gioco di potere e del peccato. Tuttavia, guardando con occhio teologico la bella serie di rappresentazioni, non sfugge la presenza di tre elementi dominanti, che trasmettono un inequivocabile messaggio di alto valore teologico-simbolico. Il primo è l’addensarsi delle figure, che si accalcano in un continuo mescolarsi di confini, in un confondersi di paramenti e di insegne, che dei molti sembra fare uno. È come se il Concilio fosse l’evento di un unico soggetto, che celebra un’unica liturgia nella sinfonia dei volti, delle mitrie, degli atteggiamenti. L’idea che emerge è di grande bellezza: nella molteplicità dei soggetti, è il soggetto ecclesiale che si esprime, l’“una mystica Persona”: “Cristo e le sue membra sono una persona mistica, sì che le opere del Capo sono in certo modo quelle delle membra” – “Christus et membra eius sunt una persona mystica, unde opera capitis sunt aliquo modo membrorum” (san Tommaso d’Aquino, De Veritate, q. 29 a. 7 ad 11um). Come scrive il teologo tedesco Heribert Mühlen, “lo Spirito di Cristo non è presente solo nella compagine sociale delle varie persone appartenenti alla Chiesa, ma anche nella compagine delle varie Chiese locali [rappresentate dai loro Vescovi], che solo nel complesso intreccio dei loro rapporti reciproci formano la Chiesa cattolica. Lo Spirito di Cristo è perciò non solo una persona in molte persone, ma anche una persona in molte Chiese locali” (Una Mystica Persona. La Chiesa come il mistero dello Spirito Santo in Cristo e nei cristiani: una persona in molte persone, Roma 1968, p. 493). Il Concilio rappresentato da Aligi Sassu è dunque veramente un evento di comunione, un atto del Risorto, vivente nello Spirito in mezzo ai suoi, tanto da fare di essi il suo Corpo agente nella storia.
Un secondo elemento riscontrabile nelle rappresentazioni conciliari di Sassu è la varietà delle figure: nessun vescovo è uguale a un altro. La pluralità delle mitrie svettanti segnala una pluralità di volti, di espressioni, riscontrabili perfino lì dove l’immagine è resa con pochi colpi di colore. Anche qui emerge un’idea teologica di grande valore: nella Chiesa ciascuno è se stesso, pur nella profonda comunione che unisce nella grazia e nella fede i battezzati. In modo particolare, poi, i Vescovi formano un collegio, che della loro pluralità fa un unico organismo intorno al Vescovo di Roma, il Papa, senza sopprimere l’identità di ciascuno, valorizzando anzi la molteplicità delle identità personali. La sinfonia ecclesiale non è monocorde: ogni nota, ogni tonalità è importante per l’insieme. “La Chiesa è il mistero della identità (unità) della grazia increata (dello Spirito Santo) e allo stesso tempo il mistero della non identità (distinzione) della grazia creata in Cristo e in noi” (ib., p. 268). La verità del Corpo totale del Signore è sinfonica, e come tale si esprime nell’evento di grazia che è l’assise conciliare, nella quale in più raffigurazioni di Sassu emerge un ruolo primaziale, quello del Vescovo della Chiesa che presiede nell’amore, il successore dell’apostolo Pietro, su cui Cristo ha fondato la sua comunità salvifica, perché fosse in essa segno e strumento di unità.
C’è infine un terzo elemento: il dinamismo delle rappresentazioni. Le immagini sono tutte uno svolazzare di vesti, un concertarsi di gestualità, un incrocio di sguardi e di posture: è come se nessuno stesse fermo e l’insieme si muovesse in uno slancio comune. Anche qui è bella l’idea teologica che si può leggere: la Chiesa vive nella storia, fra il “già” del dono ricevuto e il “non ancora” della promessa pienamente compiuta. In questo “frattempo” essa avanza pellegrina: “Fra le persecuzioni del mondo e la consolazione di Dio avanza pellegrina la Chiesa” – “Inter persecutiones mundi et consolationes Dei peregrinando procurrit Ecclesia” (sant’Agostino, De civitate Dei, XVIII, 51, 2). Se si osserva poi come il dinamismo delle figure tenda in avanti e verso l’alto, si può cogliere la natura di questa tensione raffigurata da Sassu: nei Concili la Chiesa esprime più che mai la sua indole escatologica, il suo essere in cammino verso la patria promessa e attesa del tempo in cui Dio sarà tutto in tutti. Proprio così, l’evento conciliare appare una tappa del cammino, quasi un fare il punto e un rigenerarsi alle fonti vive della rivelazione, un tempo di “aggiornamento” per proseguire con nuova energia, con freschi legami di fede e di amore a Colui che precede il suo popolo e lo attrae. Probabilmente al di là della sua stessa consapevolezza, l’artista ha così saputo dire nelle sue raffigurazioni conciliari l’essenziale. Ancora una volta, la via della bellezza schiude vie e orizzonti verso l’Infinito, che superano ogni calcolo e congettura…

Bruno Forte
arcivescovo di Chieti-Vasto

Aligi Sassu presenta la sua cartella di litografie Via Crucis al cardinale Colombo, arcivescovo di Milano (1968)

I CONCILI DI ALIGI SASSU


La bellezza ferisce, ma proprio così essa
richiama l’uomo al suo Destino ultimo.

Joseph Ratzinger, 2002

L’espressione artistica dell’evento cristiano segna il percorso di Aligi Sassu fin dalle origini. Ha solo diciassette anni quando, nel 1929, dipinge la straordinaria Ultima cena. La sua sensibilità laica, plasmata dalla cultura di sinistra, non è impermeabile al fascino dell’Uomo Dio, che forse, per l’artista-ragazzo, era solo un uomo. O forse no. Sceglie, infatti, di far sedere a tavola non dodici ma sette discepoli, numero che rappresenta l’universalità, la pienezza e l’equilibrio perfetto. Platone addita il “sette” come Anima Mundi: unione di triade e tetrade, partecipe della natura umana e divina. Ma il giovane Aligi non si accontenta della forza del simbolo. Cala il Signore nei giorni nostri, tra uomini vestiti in camicia, cravatta e maglione, sullo sfondo la Milano che cresce verso l’alto. Nell’Ultima Cena possiamo comprendere la cifra del sacro secondo Sassu. Cristo e la sua storia non appartengono solo a una vicenda di duemila anni fa: il Messia è presente al nostro presente, ne disvela il significato e lo carica di quella luce che le tenebre non possono vincere. Così il tema sacro sarà approfondito negli anni a seguire grazie anche all’incontro con il critico Edoardo Persico, direttore della Galleria del Milione e figura centrale del cattolicesimo degli anni Trenta.
“Sassu – scrive Giorgio Mascherpa in un saggio del 1982 – non ha certo discriminato la religione, e nella sua ferma coerenza ideologica laica non ha mai messo in dubbio il rispetto della fede religiosa, del suo millenario carisma di trascendente invito all’amore per l’uomo, e, appunto, per la vita […] affidandosi a quella che forse è la sua dote umana/artistica più alta, la ‘purezza di cuore’, che rimanda dritto dritto alla più lirica delle beatitudini evangeliche”.Nel 1932 il tema sacro ricorre nel Figliol prodigo, nel Cristo risorto, nelle Crocifissioni: le figure sono rosse, e rosso è il ciclo degli Uomini che l’ha reso famoso, rosso il sangue in cui scorre il palpito della vita e il cuore che dà e riceve amore. Rosse le figure della straordinaria Deposizione, sempre del ’32, dove, per la prima volta nella storia dell’arte, compare un bambino, simbolo dell’innocenza del crocefisso e della predilezione del Figlio dell’Uomo per i piccoli, i soli a cui è promesso il Regno dei cieli.
Negli anni Quaranta la Crocifissione diventa tema ricorrente. Come per Manzù, Guttuso e Mattioli, la grande tragedia che coinvolge l’umanità tutta in una guerra globale può trovare espressione solo nell’icona di Gesù sul Calvario. “Nella ‘rappresentazione visiva’ della straordinaria vicenda del Cristo – scrive Enzo Di Martino nel 1997 – non vi è però alcuna intenzione teatrale da parte dell’artista, perché è evidente che Sassu assume quella tragedia come la tragedia universale dell’uomo”.
Ma la teatralità ricorrerà nel ciclo dei Concili: le opere dissacranti degli anni Quaranta e Cinquanta sono un’esplosione barocca di colori – il rosso, il porpora, il giallo e il verde –, un addensarsi di figure maestose coronate di mitrie. La scena fastosa e potente per la magnificenza del rituale è attraversata da uno sguardo fortemente critico. I tratti stigmatizzanti e ironici, con cui Sassu delinea i profili dei principi della Chiesa, ricordano l’espressionismo caustico e irrisorio di James Ensor. In quel consesso di vescovi, dai volti deformi e perversi, segnati dalla sete del potere o paciosamente soddisfatti dai beni terreni, viene denunciata l’assenza: l’assenza dell’ecumene, perché la Chiesa narrata dall’artista non è “la casa dove tutti viviamo”. E prima ancora, l’assenza di Cristo, cacciato dalla Chiesa, da casa sua. Un messaggio evidente nel Concilio di Trento (1941-42): il Cristo crocefisso irradia luce, ma i principi della Chiesa non si lasciano illuminare, gli sguardi vagano altrove, i pensieri hanno a che fare con le cose della terra, sono “sepolcri” splendidamente colorati, larve prive di vita vera. In quella grande stanza chiusa e dall’aria stantia non c’è spazio per fede, speranza e carità, la profezia non trova casa. Così il Messia viene nuovamente rinnegato e i cieli diventano pesantemente vuoti. I Concili, e in particolare Cristo davanti al Sinedrio del 1948 (dove rabbini e scribi sono sostituiti da cinque vescovi indifferenti al crocefisso), sembrano essere l’eco del Grande Inquisitore di Dostoevskij, che accoglie il Cristo tornato sulla terra facendolo incarcerare: “Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Io non so chi tu sia, e non voglio sapere se tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io ti condannerò e ti farò andare sul rogo, come il peggiore degli eretici e quello stesso popolo che oggi baciava i tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il tuo rogo, lo sai? Sì forse Tu lo sai”.
Dunque il tradimento, che continua oltre Adamo, oltre Giuda, oltre i grandi peccatori che hanno segnato la Chiesa fin dalle origini, non riguarda solo “l’istituzione”, è il tradimento di ciascuno di noi. Ma Cristo non ci volta le spalle, allarga le sue braccia sulla croce e offre la sua vita in un sacrificio perpetuo e, insieme, continua a interrogarci: “Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” (Lc 18,8).Con i primi Concili Sassu fa, inconsapevolmente, la stessa operazione che ha segnato il cammino degli eretici e di chi, alla fine, si è trovato senza Chiesa credendo di poter abbracciare Dio e solo Dio. Ma l’artista scoprirà che Cristo senza Chiesa è illusione, utopia che non ha nulla a che fare con l’Incarnazione. Una scoperta resa evidente dal Concilio Vaticano II, il grande dipinto della chiesa di Sant’Andrea a Pescara. Realizzato nel 1964, quando l’assemblea ecumenica era ancora in corso, il dipinto è una delle prime e più significative testimonianze artistiche dell’evento. Ora Sassu è cosciente, grazie alle sue vicende familiari e a una più approfondita conoscenza di sacerdoti e religiosi, che la Chiesa è voluta da Cristo, perché il Salvatore possa continuare a operare nella storia degli uomini. Storia fatta di peccato e di redenzione, come ci insegna la vicenda di Pietro, scelto dal Signore come il primo degli apostoli, nonostante il triplice tradimento, fino a farne la pietra su cui ha fondato la sua Chiesa. Ecco perché al centro del grande affresco di quaranta metri quadrati c’è l’omaggio a san Pietro (in forma di simulacro, e quindi di simbolo) e non a Cristo. Nel collocare a perno della composizione il pescatore che Gesù ha voluto fare primo pontefice si sottolinea la bontà originaria dell’istituzione ecclesiale e la possibilità sempre viva di essere segno profetico e di tornare alla purezza delle origini a cui il ventunesimo Concilio tendeva e da cui traeva forza.Nel Vaticano II la distorsione e l’irrisione di Ensor sono scomparsi. I padri conciliari riacquistano la loro umanità e nei volti ritratti di vescovi ma anche di persone amiche e familiari sembrano riecheggiare le parole piene di fiducia e di speranza con cui Giovanni XXIII apre l’11 ottobre 1962 l’assemblea ecumenica: “A noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane per il bene della Chiesa […]. Il Concilio che inizia sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendidissima.
È appena l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente! Tutto qui spira santità, suscita esultanza”.
Aligi Sassu fu chiamato a realizzare il Concilio dai padri Oblati di Maria Immacolata di Pescara. L’invito venne formulato su suggerimento di padre Fiore Paglione e di suo fratello Alfredo, allora direttore della Galleria 32 di Milano e suo futuro cognato, con il favore del vescovo di Pescara Antonio Jannucci e del parroco di Sant’Andrea padre Giovanni Morette. L’artista ha dipinto Il Concilio Vaticano II a tempera sulle pareti della cappella alte 3,5 metri per una base di 14. Al centro san Pietro, assiso sulla cattedra, riceve l’omaggio di Giovanni XXIII, con la testa circonfusa di un alone di luce, e di Paolo VI, in atto benedicente.
Sulle pareti laterali si allineano settantasei padri conciliari, tutti a grandezza naturale, la maggior parte dei quali seduti sugli scranni, alcuni sono rappresentati a figura intera, come il cardinale Rugambwa, il cui volto nero contrasta con il bianco candore delle vesti, quasi a voler indicare una rottura con il passato e insieme la novità che irrompe: una Chiesa sempre più missionaria, dove i popoli del Sud del mondo che abbracciano l’annuncio del Vangelo possano diventare protagonisti. Sassu ha curato nei particolari le fisionomie, tanto che si può parlare di veri e propri ritratti. Tra gli altri sono perfettamente riconoscibili i cardinali Ruffini, Lienhart, Tisserant, Siri, Dófner, Colombo (al quale Sassu era legato da vincoli di amicizia), Frings, Agagianian, Bea, Ottaviani, Lercaro e lo stesso vescovo di Pescara Jannucci.
È un “teatro chiaro e solenne – scriveva Cesare Vivaldi nel 1982 – una sintesi perfetta tra particolare e universale, privo affatto di polemica, ma anzi animato da una commossa speranza”. La Chiesa dipinta da Sassu è la Chiesa di un presente dove la tradizione non è chiusura, ma alimento per il futuro.
Scompare la magniloquenza vuota e incrostata del rito così ben evidenziata dalla matericità degli altri Concili, dove il rosso acre e sanguigno degli ambienti e dei mantelli si coagula attorno ai corpi, quasi ridotti a maschere e carcasse. Là dove il segno dipinge l’affanno di una zoppicante danza macabra, qui divampa invece un cromatismo fluido e dinamico che vivifica la verità di un’assise composta da uomini reali, persone in carne e ossa, ma che affidano le loro vite e il loro operare a una Presenza che è nel tempo e oltre il tempo. La luce che pervade accecante la scena non è più quella terrena, ma quella dello Spirito: l’Ecclesia semper reformanda vive la sua trasfigurazione, il suo inveramento proprio nell’atto della riforma. Paolo VI nell’allocuzione per la Conclusione della III sessione, il 21 novembre 1964, dirà dei padri conciliari: “…uomini, vogliamo dire, figli di questo tempo e di questa terra, ma innalzati sopra il tempo e la terra per caricarsi sulle spalle i pesi dei loro fratelli e condurli alla salvezza spirituale; uomini dotati della volontà di dedicarsi totalmente, infiammati di un amore che è più grande dello stesso animo in cui arde, spinti da un impulso che potrebbe sembrare temerario, ma che associato alla serena fiducia di saper indagare il senso della vita umana e della storia e di dar loro valore, grandezza, bellezza, unitarietà in Cristo; soltanto in Cristo Signore! Questo suscita meraviglia”.
Il dipinto di Pescara si inserisce nel cospicuo corpus di opere murali realizzate da Sassu con tecniche sia pittoriche che musive (la stessa chiesa di Sant’Andrea ospita due mosaici raffiguranti la Vergine Immacolata e san Giuseppe lavoratore). I soggetti vanno dalla mitologia ai ciclisti, dalla pittura civile a quella sacra. Negli stessi anni del Concilio Sassu lavorava o aveva lavorato ad altre opere sacre murali. Nel 1963 per la chiesa parrocchiale di Nughedu, piccolo paese in provincia di Sassari, aveva dipinto l’affresco con San Nicola esaltato vescovo dal popolo, ritraendo nella folla devota gli abitanti del paese. Nel 1964 aveva realizzato un grande mosaico per il catino absidale della Cattedrale di Lodi. Nel 1966 infine, dopo nove anni di lavoro, Sassu portava a termine quello che può essere considerato il suo capolavoro nel genere dei murali: la decorazione musiva dell’abside della chiesa del Carmine di Cagliari, distribuita su cinquecento metri quadrati di superficie. Nel mosaico ritorna il Concilio Vaticano II raffigurato nel momento della proclamazione, nel 1964, di Maria “Madre della Chiesa” da parte di Paolo VI.
Nei murali Sassu ci offre un grande e raro esempio di arte popolare, una bellezza e un messaggio offerto agli occhi, al cuore e alle menti di tutti, grandi e piccoli, ignoranti e sapienti. Con Concilio Vaticano II si inserisce a pieno titolo nella tradizione bimillenaria dell’arte cristiana, nella storia del rapporto tra Dio e l’uomo che ha ispirato i primi dipinti delle catacombe e le grandi cattedrali del Medioevo e i cicli di affreschi del Settecento. L’Annuncio cristiano non può semplicemente essere detto e ascoltato, fin dall’origine chiede di essere contemplato: l’arte si fa espressione della ricerca del volto di Dio per l’uomo di ogni epoca e di ogni luogo e per un artista come Aligi Sassu è stato un compito, anzi una vocazione, per tutta la vita. Evangelizzazione è per secoli sinonimo di Biblia pauperum, cicli di affreschi che offrono al contadino illetterato e al nobile signore le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, dei santi, dei martiri. Sassu è cosciente di far parte di questa grande storia e dirà nel 1957: “Quel ponte che dalla nascita dell’uomo ci conduce passo passo alla morte è come una vena viva di sangue che si rivela in tutti i suoi elementi di sacro, di tragico, di grottesco, ma sempre lo specchio della nostra umanità, della nostra ansia del vero, dell’essere uomini veri tra gli altri uomini”.


Giovanni Gazzaneo


Chiesa di Sant’Andrea, Pescara
Concilio Vaticano II, 1964
tempera su muro, m 3,50×14
Particolari

Concilio, 1941.
Sassu Aligi

Concilio, 1941.

Coll. Priv. Milano
Concilio di Trento, 1941-1942.
Sassu Aligi

Concilio di Trento, 1941-1942.

I vescovi, 1944
Sassu Aligi

I vescovi, 1944

Coll. Priv. Milano
I vescovi, 1944
Sassu Aligi

I vescovi, 1944

Il Concilio, 1943
Sassu Aligi

Il Concilio, 1943

Cristo davanti al sinedrio, 1948
Sassu Aligi

Cristo davanti al sinedrio, 1948

Concilio di Vescovi, 1959
Sassu Aligi

Concilio di Vescovi, 1959

Il Cardinale, 1959
Sassu Aligi

Il Cardinale, 1959

Concilio, 1963
Sassu Aligi

Concilio, 1963

Concilio di Trento, 1983-1984
Sassu Aligi

Concilio di Trento, 1983-1984

Sassu Aligi