Mostra permanente
IL GRAN FUOCO DI ALIGI SASSU

Castelli, Teramo,Museo delle Ceramiche di Castelli
Mostra permanente

17 luglio 2008

200 CERAMICHE E SCULTURE DI ALIGI SASSU DAL 1939 AL 1994 DELLA COLLEZIONE ALFREDO E TERESITA PAGLIONE

a cura di Gian Carlo Bojani e Alfredo Paglione

Catalogo: Edizioni Vallecchi, Firenze.
PER ALIGI SASSU, FRA SCULTURA E PITTURA NELL'UNIVERSO CERAMICO

Fra il 2000 e il 2001, quando al Museo di Faenza realizzai una mostra sulle ceramiche di Aligi Sassu in collaborazione con l’Archivio Sassu, legato alla vedova dell’artista, ebbi una lettera di Alfredo Paglione che mi fece davvero un grande piacere. Io non lo conoscevo, egli non aveva partecipato a quella mostra per motivi che non starò qui a dire. La lettera portava qualche osservazione, ma detta con grazia, e quel che contava era l’insieme delle parole che mi giungevano con un significato forte di affetto, direi di venerazione per Aligi Sassu. Rimpiango molto di non poter pubblicare qui ed ora quella lettera, perché con la mia partenza da Faenza proprio nel 2001, a causa di una grave disgrazia familiare, il mio archivio fu trasportato nella mia nuova residenza senza essere più riordinato. Ma questo avviene anche perché io non ho sinora avuto più la forza di mettervi mano da quel 2001, se non per qualche raro casuale ripescaggio.

Alfredo Paglione, dopo di allora, fece vari acquisti di ceramiche del suo autore credo prediletto, e via via me li mostrava ogni volta che ci s’incontrava nei miei viaggetti a Milano. Era come se volesse recuperare in extremis qualcosa come la ceramica, peraltro quella buona divenuta rara, a cui era stato preferito, in precedenza, l’universo della pittura. Naturalmente avviene generalmente sempre così, e avvenne per Picasso e per tanti altri.

Mi faceva piacere che questo accadesse, posso dirlo?, anche per mio merito che già mi occupai della ceramica di Sassu in un capitolo del catalogo realizzato per la retrospettiva vivente in estremo ancora l’artista a Palazzo Strozzi in Firenze nel 1999. Peraltro, avevo già preso in considerazione l’opera plastica in ceramica di Sassu in una mostra all’Arte Fiera di Bologna nel 1985, partendo da qualcosa di suo presente al Museo di Faenza, qualche opera donata dopo la seconda guerra mondiale da Tullio Mazzotti detto d’Albisola. Inclusi l’artista anche nel quadro che tentai di costruire nel 1992 in un’antologica sulla ceramica italiana nel XX secolo, particolarmente della seconda metà, portata in più sedi del Giappone. Proprio in quel tempo iniziai ad indagare sui rapporti fra scultura e ceramica italiana nel XX secolo. Una straordinaria avventura, molto più significativa di quanto si possa supporre e di cui Sassu era ed è parte integrante, ineludibìle.

In questa occasione, del trasferimento cioè di sue opere in un Museo della Ceramica come quello di Castelli, collocato in uno dei centri di produzione ceramica ancora attuale, potrei dire palpitante di vita, ma in una crisi generale quale ormai tutte le località della ceramica conoscono, mi piace interrogarmi sul significato, se c’è e quale sia, del ruolo della fattualità ceramica, dell’opera ceramica di Sassu.

GIAN CARLO BOJANI

 

Aligi Sassu al lavoro ad Albisola Cavallino 1939, scultura in maiolica, 23x20x15 cm Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini visita l’antologica di Sassu
a Castel S. Angelo, maggio 1984. Fra i due la nota attrice Silva Koscina.

 

LA PAROLA AL MECENATE: IL SUO RAPPORTO CON L'ARTE E CON ALIGI SASSU

Per cogliere interamente lo spirito di questa mostra è fondamentale conoscere il personaggio che l’ha fortemente voluta: Alfredo Paglione.
Si deve a lui, infatti, se dal 2000 l’Abruzzo, di anno in anno, si sta arricchendo di collezioni d’arte.
Nella diffusa ottica consumistica, ci verrebbe a questo punto da pensare di trovarci di fronte ad un abile manager; invece, fatto ben più raro, Alfredo e con lui, fino a pochi mesi fa, Teresita sua moglie , ha deciso di donare, alla Regione che gli ha dato i natali, il ricco patrimonio artistico raccolto durante la quarantennale attività di gallerista e promotore di eventi.
Unico obiettivo di questo impegno è far “vivere le opere”, emozionare, avvicinare il pubblico al bello affinché lo si possa riscoprire nei gesti di tutti i giorni.

Un grande promotore dell’arte.
Ho incontrato Alfredo Paglione un’unica volta, nell’accogliente residenza di Giulianova. Riflettendo poi su quella giornata mi sono resa conto di aver avuto il privilegio di conoscere un “grande” dell’arte anche se nelle ore trascorse assieme, la cordialità e la semplicità sono state tali, che per tutto il tempo mi sono sentita di fronte ad un amico.

Partiamo dagli esordi?

«II mio percorso nel campo dell’arte è inscindibile dalla vita della Galleria Trentadue (dal 1963 al 2000) che, alternativamente su tre sedi, non si è mai allontanata dal cuore di Milano. In realtà le premesse risalgono a molto prima: già da adolescente era evidente la mia vocazione all’arte, che puntualmente era incoraggiata dalla famiglia in particolare da mio padre , che vedeva in questa “avventura” un sicuro avvio verso la mia affermazione nel campo dell’arte».

È stato di buon auspicio anche l’incontro con Sassu alla fine degli anni ’50.
«Soprattutto, perché da questo incontro, nel 1958, è nato un sodalizio artistico, oltre che un vero e proprio rapporto di amicizia e poi di parentela sposando entrambi due delle sorelle Olivares. Si trattò subito di un rapporto di reciproca stima, tant’è che, già nel 1963, Sassu invaghito ormai irreparabilmente di Majorca, dove trascorrerà periodi sempre più lunghi mi affidò la gestione di tutta la sua opera».

Anche a lei Majorca non è stata del tutto indifferente.

«Io e Sassu effettivamente, acquistammo nell’isola due case alquanto vicine e per hobby mi divertii a disegnare la mia abitazione facendone un qualcosa che rispondesse al mio gusto per il bello. Vizio che, a dire il vero, non ho mai perso trasferendolo poi nelle ristrutturazioni delle varie sedi della galleria, di alcuni musei e della residenza di Giulianova. Tornando alla Spagna, fu inevitabile l’incontro con nuovi artisti che ben presto trasformai in un’opportunità di conoscenza e di reciproci scambi. Infatti, riuscii a portare alla Galleria Trentadue molte opere di artisti spagnoli, avviando anche rapporti di esclusività, oltre a farmi promotore di un intenso scambio di mostre tra Italia e Spagna».

Tornando agli inizi, invece, tutto è praticamente partito da Albisola.

«Certamente l’esperienza di Albisola nelle estati 1958 59 ha molto rafforzato l’intesa con Sassu e con molti altri artisti che gravitavano attorno a questo polo della ceramica: Lucio Fontana, Enrico Baj, Luigi Broggini, Giuseppe Capogrossi, Roberto Crippa, Agenore Fabbri, Salvatore Fancello, Emilio Scanavino, Karel Appel, Corneille, Asger Jorn, Wilfredo Lam. Senza contare poi la presenza di poeti come Tullio Mazzotti, Salvatore Quasimodo, Enzo Fabiani e scrittori come Mario De Micheli e Milena Milani. Da questi incontri è nata l’idea, da parte di Sassu, di realizzare il grande dipinto “Cronache di Albisola” in cui sono raffigurati i protagonisti di questa straordinaria stagione albisolese. Non solo, ma nel 1971, col titolo “I maestri del gran fuoco”, ho voluto presentare, per la prima volta insieme, a Milano nella mia Galleria Trentadue, le ceramiche di Fontana e Sassu realizzate nel corso dei soggiorni liguri».

Cos’è che più la “intriga” nelle opere di Sassu?
«Sassu è noto al grande pubblico come il pittore di “cavalli”. Il suo nome è legato a questa iconografia, ma il suo contributo all’arte va ben oltre: senza dubbio deve essere considerato secondo quanto sostengono grandi studiosi come E. Steingräber e Werner Spies un anticipatore della Transavanguardia. Nonostante ciò, Sassu non resisteva al piacere di dipingere cavalli. Va pure detto che se avesse seguito i suggerimenti del suo primo gallerista, la sua grande energia creativa sarebbe stata usata a fini puramente commerciali accondiscendendo alle richieste dei clienti anziché dare libero sfogo alla poetica che lo ha contraddistinto.

Ho sempre ritenuto, invece, che seppure il gallerista debba essere al servizio di chi compera, prima di tutto deve valorizzare gli artisti; è l’indispensabile trade union tra poli opposti. Devo dire che, nonostante mi fosse indispensabile vendere per poter garantire la sopravvivenza della galleria e il rapporto di esclusività con gli artisti, non mi sono mai preoccupato delle leggi di mercato; piuttosto mi sono lasciato guidare dalla mia innata curiosità e sensibilità. Ritengo quindi che l’arte abbia una valenza poetica e non può essere disgiunta dal sentimento e dall’emozione».

È questo forse che l’ha portata ad aprire a Milano regno indiscusso del concettuale, dell’informale, del minimal,… , – piuttosto che a Roma, una galleria di impostazione prevalentemente figurativa?
«A Roma c’erano già tante gallerie che trattavano il figurativo; inoltre gli artisti che esponevano nella capitale erano già vincolati da rapporti di esclusività. Milano da questo punto di vista, era un terreno più aperto. Credo che il Bello non possa essere circoscritto, la sua forza è tale da spostare l’attenzione, da convogliare l’interesse dove appare nelle sue forme più persuasive».

Cosa mi dice, invece, del suo rapporto con la ceramica?
«Per me, l’arte non può essere disgiunta dalla manualità che l’ha prodotta. Tra l’atto da cui nasce l’opera e il prodotto finito, si instaura un rapporto indissolubile. Questa comunione che può funzionare o meno ci permette di determinare se ciò che abbiamo davanti è un’autentica opera d’arte o un semplice manufatto artigianale. La ceramica sicuramente rende trasparente questo tipo di relazione. Con questo non voglio dire che un’opera d’arte sia sempre preceduta da un’eccellente perizia esecutiva o da un’eccezionale mole di lavoro: a volte basta un semplice gesto unico ed inimitabile a determinare la grandezza di un’idea. Lucio Fontana, tra gli artisti che amo maggiormente, insegna. All’opposto non amo particolarmente una corrente come l’iperrealismo, che per me è poco consona a suscitare emozioni, pur ritenendola valida per vari motivi, soprattutto dal punto di vista tecnico ed esecutivo».

Perché ha deciso di chiudere la Galleria Trentadue? Non ritiene che, forte dell’esperienza e della indiscutibile capacità intuitiva che la contraddistinguono, avrebbe ancora molte cose da dire?
«Credo di essere sempre stato particolarmente sensibile al nuovo, ma anche di non aver mai sottovalutato i miei limiti. Le nuove tendenze nel campo dell’arte, sempre più legate alle tecnologie, aprono ad un diverso modo di rapportarsi col mondo e richiedono una differente capacità di lettura che io considero alquanto ardua da comprendere e seguire, sia per me che per il grande pubblico».

Intervista di ANTONELLA RAVAGLI ad ALFREDO PAGLIONE

 

Aligi Sassu con Affiredo, Paglione e, nella foto,
a destra, con Teresita Paglione.
Aligi Sassu, Affiredo Paglione e Tullio D Albissola davanti al murale
I Moti Angioyni di Sassu a Thiesi (Sardegna). 1967
Cavalli innamorati, 1948
Sassu Aligi

Cavalli innamorati, 1948

Cavalli in amore, 1948
Sassu Aligi

Cavalli in amore, 1948

Cavalli innamorati, 1948
Sassu Aligi

Cavalli innamorati, 1948

Cavallino foglia, 1948
Sassu Aligi

Cavallino foglia, 1948

Cavallino imbizzarrito, 1949
Sassu Aligi

Cavallino imbizzarrito, 1949

Due cavalli rampanti, 1949
Sassu Aligi

Due cavalli rampanti, 1949

Il bel cavallo reale, 1949
Sassu Aligi

Il bel cavallo reale, 1949

Torso di ciclista, 1949
Sassu Aligi

Torso di ciclista, 1949

Maison Tellier, 1950
Sassu Aligi

Maison Tellier, 1950

Arlecchino azzurro, 1950
Sassu Aligi

Arlecchino azzurro, 1950

Maison Tellier, 1950

Maison Tellier, 1950

Il gallo, 1955
Sassu Aligi

Il gallo, 1955

Il cavallo del mare, 1955
Sassu Aligi

Il cavallo del mare, 1955

Donna, 1987
Sassu Aligi

Donna, 1987

Vassoio tondo
Sassu Aligi

Vassoio tondo

Sassu Aligi