Mostra temporanea
100 CAVALLI DI ALIGI SASSU

Pescara, Museo Villa Urania

24 aprile - 27 giugno 2010

100 CERAMICHE DAL 1939 AL 1965 DELLA COLLEZIONE ALFREDO E TERESITA PAGLIONE

a cura di Gian Carlo Bojani e Alfredo Paglione

Catalogo: Edizioni Urania, Pescara.
 
Aligi Sassu al lavoro ad Albisola. Francesco Messina
Cavallo morente, 1958,
bronzo h. 55 cm, l. 45 cm.
Collezione privata, Milano
DALLA MATERIA INFORME, UN ARCHETIPO DELLA BELLEZZA PLURIMILLENARIA

Debbo dire che nell’opera di Aligi Sassu c’è un angolo – proprio un angolino quantitativamente rispetto ad una lunga e abbondante produzione non solo in pittura e in grafica ma anche in ceramica – che mi ha sempre attratto in modo particolare.
Sono i suoi primi cavalli, quelli ideati e realizzati plasticamente dalla fine degli anni Trenta ai Quaranta e che per primo ho imparato ad osservare partendo da un piccolo esemplare nel Museo di Faenza donato da Tullio d’Albisola.
Di solito si è portati a considerare i cavalli nell’aura dell’archetipo, del virtuosismo, come simbolo dell’agilità, del movimento, della snellezza, dello scatto, dell’eleganza, dei millenni mitologici e mediterranei, della bellezza tout-court (vds.: R.e S.Barnes, “Il cavallo nell’arte”, Mondadori-Electa, Milano 2008; “Il cavallo nell’arte contemporanea. L’archetipo e l’immagine”, De Luca Editori d’Arte, Roma 2003). Proprio per questo, quel cavallino rossiccio e appesantito, presenza materica come imprigionata da una calata di ammasso terragno, m’incuriosiva nella mia ricerca d’individuazione della ceramica sperimentata, non di quella accordata sulla tradizione. Nel corso del tempo ne vidi altri, anche di ben diverse dimensioni e della stessa epoca, che mi convinsero della non unicità, della non casualità di quel cavallino al MIC. E contemporaneamente scoprivo i compagni di Sassu, come Lucio Fontana e Luigi Broggini, che fra Liguria e Lombardia avevano dato un forte scossone al tradizionale decorativismo della ceramica. La scoperta di questa, in una svolta radicale, avveniva proprio per il tramite di questi tre protagonisti, e di pochi altri. Non erano già date come stereotipi di una immemorabile frequenza queste creature, di loro si dava l’informe della nascita, il formarsi, la fatica dell’emergere, del diventare grandi, del liberarsi graduale,del ritrovarsi a lottare in una natura non sempre così irenica. Una forza formidabile per definirsi, per liberare le energie incatenate. I cavalli di De Chirico, anche, non erano così visti sugli archetipi della pratica dell’arte: anche il divino metafisico dava cavalli non tanto attraenti… ma essi erano fortemente connotati da un sapore antico, archeologico, frammentario come, quasi emergenti dal buio dell’inconscio, dalle profondità di una storia nostra comune da Atene a Roma, condanna ed esaltazione, tutto incerto, panico…Come il ritrovarsi in un ambiente della “Domus Aurea” chiusi, e non poterne uscire. Bello forse sì, ma così costringente… Con una luce bassa, posmeridiana, quasi una penombra inquietante…
Ecco, la differenza: i cavalli di Sassu, i cavalli fatti all’epoca non erano rintracciati nella storia ma nella natura, non una natura idealizzata, ma una natura quotidiana, con tutto quello che ci connota nei giorni. Quasi un rito di nascite di puledri nelle stalle, primordiale, per alcuni versi persino brutale… Si era agli antipodi dello “Stadio dei marmi”… tanto per intenderci. E non a caso anche la sua pittura del periodo era del tutto feriale, la rappresentazione dell’umanità e dell’ambiente vitale, quella dei caffé, delle case di tolleranza, degli interni, dei ritorni dalle corse di ciclismo affaticati, quasi sfatti in una materia quasi corrosa, come ectoplasmi, ben lungi dall’essere apollinei. Sassu in questo che sento come il suo più bel periodo mi ha sempre ricordato per tanti aspetti il grande Scipione, in aggiunta come contaminato da connotazioni espressionistiche di tipo tedesco (vds.: “Giorgio De Chirico e Aligi Sassu. Mito mediterraneo”, catalogo di mostra a Sarroch, Silvana Editoriale, Milano 2009; “IPPOS. Primo Novecento Italiano. Il Cavallo fra arte, mito e leggenda. Giorgio De Chirico, Marino Marini, Francesco Messina, Aligi Sassu”, catalogo di mostra con testi di vari autori, Il Vicolo editore, Cesena 2007).
Ecco, questo periodo dell’arte ceramica italiana veramente sperimentale, si osservi, si rifletta come debba il suo venire alla luce per spinta di artisti che, con la stessa disponibilità, affrontavano ogni linguaggio dell’arte, senza soluzione di continuità fra l’una tecnica e l’altra.
Ha fatto pertanto un bel lavoro Alfredo Paglione nel raccogliere, a posteriori, quando era rarissima materia di mercantilismo, quando i due – lui Aligi e lui Alfredo- erano lungi dal conoscersi, queste opere che voglio elencare: il Cavallino marino, il Cavallino, il Cavallo di Nettuno, la Testa di cavallo, i Cavalli innamorati, il piatto con a bassorilievo “I cavalli di Nettuno”, opere databili tutte dal 1939 al 1949. Accadrà che qualcuno prima o poi ne riesca a raccogliere tanti, meglio dire i restanti tanto da fare una mostra di eccellenza, magari nell’accostamento coi cavalli dei suoi amici artisti. Ma questi esemplari son già di per sé molto indicativi.
Infine, il grande servizio a cavallini in “bianco e blu”, che completa questa raccolta di carattere ippico di Sassu, è stato un bel calarsi nella tradizione più genuina della ceramica ligure, nell’ariosità compendiaria del blu su bianco,
nell’indicazione che il segno pittorico, anche sulla base degli antichi elementi, può rinnovarsi (vds. il volume: “Bianco-blu.Cinque secoli di grande ceramica in Liguria” a cura di Cecilia Chilosi e Eliana Mattiaudia, Skira, Milano 2004, in particolare il capitolo finale: La ceramica in “bianco e blu”. Il Novecento): e difatti, la varietà di movenze di Sassu in questo dominio più squisitamente artigianale, tiene conto di una sua precisa poetica, quella per cui il cavallo anche nella sua stereotipia di forme e movimenti, nelle sue talvolta metamorfosi di sirena, si confronta con la natura espressa nella furia delle acque e nella sua quiete insieme, con l’inaccessibilità dei rilievi rocciosi, con movimenti che contengono ancora suggestioni futuristiche. Per terminare, occorre che io ricordi nell’elaborazione di questo servizio qualcosa che l’accomuna con la cartella di grafica: “Aligi Sassu. I cavalli innamorati”, con venti opere ispirate a poesie di Raffaele Carrieri, databile dal 1971 al1975, in cui tuttavia la policromia si presenta come elemento di novità ulteriore, gioiosa nella gentilezza del pastello, nel chiarore diurno del paesaggio acquietato, tal che paiono ricordare i più posati cavalli e prati di Costetti.
GIAN CARLO BOJANI
IL MIO REGNO PER UN CAVALLO

* (Riccardo III, W. Shakespeare)
Elegante e impetuosa creatura dai tratti timidi e ribelli, il cavallo è il soggetto prediletto da Aligi Sassu.
Figura dinamica e potente, a cui la mitologia classica ha affidato il carro del sole, è associata al segreto delle acque ed ai grandi cicli naturali che seguono il rinnovarsi delle stagioni. La sua immagine maestosa tramanda i segni di un’antica regalità. Un animale misterioso, generato da un mondo immaginifico e visionario, capace di evocare il senso più profondo e segreto delle cose. Nei poemi omerici il cavallo, in tutta la sua fierezza, è l’unico animale che condivide e comunica i sentimenti più intensi:
[…]ma i cavalli d’Achille fuori della battaglia
piangevano, da che avevano visto l’auriga
caduto nella polvere sotto Ettore massacratore(1).
L’evidente bellezza della forma, unita ai complessi aspetti semantici che essa racchiude, ha affascinato artisti di ogni tempo.
Si deve a Leonardo da Vinci, tra i suoi innumerevoli studi anatomici, la rielaborazione del soggetto equestre in un’immagine mitizzata alla maniera moderna. Delineati nei furiosi movimenti della mischia bellica, i cavalli di Leonardo assumono una singolare caratterizzazione espressiva che denota una bestialità non dissimile dall’umana ferocia. Si tratta di un archetipo narrativo che incarna l’irrequietezza, la ferinità e allo stesso tempo la sensualità e l’armonia dell’animo umano. Il cavallo è l’animale che l’uomo ha scelto per raffigurare le percezioni più recondite scaturite dai sentieri inaccessibili alla ragione. Il legame che unisce l’uomo al mondo animale è presente nelle cosmogonie di molti popoli e attraversa, tra miti e racconti, tutte le epoche della storia.
[…]«Chi non ha fiducia negli animali non ne ha nemmeno negli uomini» dice un proverbio sardo. Così l’onda verde dei galoppanti cabaddus bildes memoria d’incursioni saracene nei pascoli bradi dell’antica Ichnusia si è fatta pittura; pittura perché io ho fiducia negli uomini e in una mitologia che va popolando il tempo di cavalli innamorati della poesia, della vita, del cielo, del mare, ma più di tutto della pittura, del colore verde che la mia memoria ritrova in paesi lontani, in spiagge di rocce antiche, nell’eco che rimormora il flauto di Pan dinanzi ad un’erma, a remote sequenze di dadi; un albero verde di mirto, un’elce, una quercia antica, sacro bosco di misteri, Amazzoni con criniere di seta, scalpitanti amanti di rossi Centauri.[…]
Così scriveva Sassu nel 1973(2) parlando dei suoi cavalli, immagini primordiali di una lontananza mitica, di un paradiso perduto che affonda le sue radici nell‘eredità culturale mediterranea. Il mondo arcaico della Sardegna e la serena natura di Maiorca costituiscono un fondamento essenziale alla sua arte. Nell’isola dell’infanzia, Sassu riceve l’investitura ufficiale di cantore del sole, della luce, del vento mentre nella Spagna della sua felicità ritrova l’arcipelago della poesia e del sogno.
Nel testo introduttivo alla cartella delle dieci litografie I cavalli dell’Imperatore, il critico Erich Steingräber(3) sottolinea l’importanza delle origini:
[…] Sassu è isolano anima e corpo… In quanto isolano egli conosce le leggi elementari della vita e della morte. I confini tra poesia mitica e la realtà sono sfumati, indistinti. Le sue figure sono piene di pathos e di teatralità perché la vita sotto il radioso sole isolano scorre a un livello superiore, atemporale. Il cavallo che salta diventa metafora di Nettuno, Il dio del mare, un tempo venerato anche come dio dei cavalli nelle regioni interne della  Beozia e dell’Arcadia.[…]
Il legame di Aligi Sassu con la grande tradizione figurativa occidentale condiziona inesorabilmente le sue scelte che lo conducono, sotto il segno del mito, verso la classicità. Il contenuto allegorico del cavallo è per Sassu il seme della libertà e della lotta così come il colore. Il nobile destriero costituisce la materia di complesse narrazioni, a volte epiche, a volte liriche, formulate con i consueti accenti cromatici che la dimensione onirica riveste di inedite sfumature, trasformando il paesaggio mediterraneo in uno scenario magico.
Werner Spies(4) sostiene che ci sia una profonda ricerca nella struttura teatrale del racconto in cui l’ambientazione stessa risulta depositaria del pensiero visionario dell’artista.
[…] Anche la realtà naturale, come il mito, rivela un’interna forza magica nel mutare delle stagioni, nel modificarsi delle luci, nel miracolo della continua rinascita. Ed è per l’appunto questa magia che l’artista mette in scena anche in queste figurazioni evocate sullo sfondo del Mediterraneo, grande padre della civiltà occidentale e fonte di archetipi dell’immaginario collettivo. Ecco, allora, improvvisamente uscire dallo spumeggiante mare il grande cavallo rosso[…].
Abitatori di un mondo incontaminato i cavalli di Sassu, memori dell’audacia cromatica degli esemplari di Franz Marc, evidenziano l’indipendenza di un linguaggio espressivo che esalta valori puramente spirituali attraverso la forza emozionale ed allusiva del colore. Marc, fondatore insieme a Kandinskij del movimento Blaue Reiter, ha ritratto senza chiaroscuro cavalli rossi, azzurro cobalto, rosa, definiti da curve equilibrate e coerenti dettate dai principi di un’estetica che propone la piena autonomia dell’arte dalla realtà.
La melodia dei colori di Sassu riecheggia nei versi del poeta Rafael Alberti(5):Dinàmica del ojo
audaz, inquisitivo.
Humanamente vivo
salta un caballo rojo.
Y entre el encuentro duro
contra el hambre que muerde,
salta un caballo oscuro
sobre un caballo verde.
Fuera la vida hermosa
y el mundo, esperanzado,
como un caballo rosa
o un caballo azulado.
Y tu pincel delata
y acaba con le miedo
como un toro que mata
un caballo en el ruedo.
Mas siempre en tu pintura,
triste, alegre, sonora,
un caballo perdura,
camino de la aurora.I coloratissimi cavalli volanti di Umberto Boccioni, gli scultorei esemplari bianchi di Sironi, gli enigmatici cavalli di Campigli, i superbi destrieri classici di De Chirico, i drammatici modelli di Fabbri o quelli dinamici di Messina sono solo alcuni esempi del significativo tributo offerto da questo soggetto alla creatività contemporanea, resistendo alla dissacrazione delle forme e alla diaspora dei modelli tradizionali. Pochi, tuttavia, sono gli artisti che hanno instaurato un legame intenso con il tema equestre tanto da dissolvere il mito umanistico dell’icona eroica e vivificarne la valenza tragica come Picasso, o elevarlo a metafora assoluta della propria arte come Marino Marini. A questi si aggiunge Aligi Sassu a cui Dino Buzzati(6) attribuisce un magnifico allevamento di cavalli di razza poetica:
[…] Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto tre grandi allevamenti di cavalli.
Il primo è quello di Picasso, che ha proliferato quadrupedi più o meno genuini o bastardi sulle pareti di tutte le gallerie d’arte del mondo. Ricordate il cavallo morente nel famoso quadro intitolato “Guernica”? Ha avuto più figli e nipoti quel mammifero che i patriarchi del Vecchio Testamento. Un cavallo espressionista.
Altra scuderia, quella di Marino Marini, scultore: con prodotti potentemente stilizzati in senso nuovo e moderno ma fedeli a un ideale di purezza e nudità arcaica. Cavalli ridotti talmente all’essenziale da saper esprimere un sentimento più umano che equino.
E il terzo allevamento appartiene ad Aligi Sassu. Cavalli galoppanti, rampanti, volanti, per lo più imbizzarriti, pieni di estro, eleganza, mattini di primavera e fantasia; e colore rosso, giallo, bianco, viola, verde; lunghe criniere, lunghe code. L’idea-cavallo abbandonata a se stessa in scalpitanti fantasmagorie al sole mediterraneo, su spiagge e dirupi solitari. Cavalli che erano folate di vento, bizze d’amore, fiamme, rondini, strane creature più simili a un sogno che a un capitolo di storia naturale. Cavalli essenzialmente lirici.
Questi destrieri hanno avuto un meritato successo, oltre al resto erano espliciti, vivificanti e allegri.[…]In quanto proiezione della vita interiore, il cavallo interpreta, per sua stessa indole, una duplice veste: con un colpo di zoccolo fa scaturire le sorgenti che rigenerano la natura, risvegliano la vita e la creatività umana, ma improvvisamente imbizzarrito può rivelarsi espressione di una furia terribile e devastante. I versi del poeta Raffaele Carrieri(7) esaltano la tensione fra i due opposti che lontani dall’annullarsi l’un l’altro si richiamano:
L’angoscia è un cavallo in fiamme
Che corre e corre
E si spegne in mare
Come il sole l’estate.
La speranza è un cavallo verde
Pieno di foglie nuove
Come il tuo amore.
Più si dibatte più è verde.Il cavallo incarna la sublimazione del desiderio che spesso si trasforma in creatività artistica. La struggente dolcezza del suo sguardo sembra scandire una pausa tra l’indomito fluire della criniera, il guizzo repentino delle nervature e l’irrefrenabile scalpitare degli zoccoli. Indomabile, irrazionale, imprevedibile è l’autentica espressione della follia: ma è proprio questo che crea la fascinazione:
La pittura è una follia, una dolce follia, qualcosa che si apre la strada dentro di noi a poco a poco. C’immaginiamo così il mondo, le cose che ci circondano, le fantasie astratte che ci commuovono, i sentimenti come linee, come colori, un puro equivalente di noi stessi. […]
Tutto è bello. Tutto è immagine, anche la macchia, la nuvola, l’astratta fantasia spaziale, tutto è pittura. È un germoglio lento che a poco a poco affonda le sue radici in noi, nei nostri pensieri; l’occhio è la spia innata della nostra mano, e la mano diventa lo strumento docile della fantasia.
La vita, per l’artista, a poco a poco diventa immaginaria, la realtà diventa immagine. Dare alla concreta realtà una figura di sogno, così l’immagine diventa reale ed il sogno si confonde col tempo, col frusciare del vento sulla terra.
[…]  Le nuvole balzano come cavalli immani nel cielo. Poter nuovamente riempire della propria immagine la memoria degli uomini! Ma non vorrei che si interessassero solo ai miei colori e ai miei quadri. La pittura è come la memoria di una presenza ignota, il pittore non può parlare, lembi della sua follia possono, volta a volta, essere accessibili, ma sono vaghe voci, echi che rimbalzano nel tempo come sul basalto di una montagna che si erge solitaria. Ma la  sua presenza è reale, la sua voce è concreta nell’immagine che egli dà di se stesso.
Si può dire: « Ho fatto questo, ho fatto quest’altro »; tutti gli uomini fanno qualcosa nella vita ma solo l’artista dà agli uomini l’immagine di quello che ancora non esiste. Perché tradire quello che facciamo con parole che per noi non hanno senso? Solo ha valore la pittura(8).
Il cavallo di Aligi Sassu è un sogno che consente il volo nella dimensione dell’immaginario e riafferma il valore perenne dell’utopia di cui si può godere pienamente solo mantenendosi, come scrisse Ennio Flaiano(9), “con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole”.* W. Shakespeare, Riccardo III.
1 Omero, Iliade XVII, 426-428.
2 Aligi Sassu, Cala San Vincente 1973.
3 Erich Steingräber, da Aligi Sassu, catalogo dell’opera incisa e litografica, vol II 1983/ 1995 Ed. La Bezuga, Firenze.
4 Werner Spies, dal catalogo, Aligi Sassu, Il Mito del Mediterraneo, ed. Torcular, Milano 1991.
5 Rafael Alberti, Roma, Gennaio 1966, traduzione di Marcella Eusebi Ciceri, dal catalogo della personale di Sassu alla Galleria Penelope, Roma, marzo, 1966.
6 Dino Buzzati, da Un toro firmato Sassu, in “Corriere di Informazione”, Milano, 22 marzo, 1965.
7 Raffaele Carrieri, Per due cavalli di Sassu, dalla cartella I cavalli innamorati di Sassu, ed. Trentadue, Milano 1973.
8 Aligi Sassu, Nelle nuvole i miei cavalli, dalla Rivista “Le Arti”, Milano, febbraio, 1966).
9 Ennio Flaiano, Diario degli errori.JESSIKA ROMANO

 

 I miti,
Parlamento Europeo di Bruxelles

 

Cavallino, 1939
Sassu Aligi

Cavallino, 1939

Il cavallo di Nettuno, 1939
Sassu Aligi

Il cavallo di Nettuno, 1939

Testa di cavallo, 1941
Sassu Aligi

Testa di cavallo, 1941

Cavalli innamorati, 1948
Sassu Aligi

Cavalli innamorati, 1948

Cavalli in amore, 1948
Sassu Aligi

Cavalli in amore, 1948

I cavalli di Nettuno, 1949
Sassu Aligi

I cavalli di Nettuno, 1949

Cavallo impennato, 1950
Sassu Aligi

Cavallo impennato, 1950

Cavallo nero sul lago, 1955
Sassu Aligi

Cavallo nero sul lago, 1955

Cavallo e fantino, 1959
Sassu Aligi

Cavallo e fantino, 1959

Cavallino blu, 1965
Sassu Aligi

Cavallino blu, 1965

Donna, 1987
Sassu Aligi

Donna, 1987

Sassu Aligi