Mostra permanente
SASSU IN ABRUZZO
Il nuovo Museo di Atessa.
Fra realtà e mito.

Atessa, Chieti, Palazzo Ferri
Mostra permanente

5 agosto 2010

210 OPERE SU CARTA DI ALIGI SASSU DELLA COLLEZIONE ALFREDO E TERESITA PAGLIONE
1927-1992

A cura di: Alfredo Paglione Elena Pontiggia

Contributo critico e apparati: Elsa Betti

Catalogo: Silvana Editoriale, Milano.
Aligi Sassu nel suo studio
di Monticello Brianza,
anni settanta
 Aligi Sassu con i cognati
Alfredo e Teresita Paglione in
occasione del ventennale della
Galleria 32 a Milano, 29 novembre 1983
Il sindaco di Milano Aldo Aniasi
si complimenta con Helenita Olivares e
Aligi Sassu in occasione del
loro matrimonio, 1972
LA REALTA' E IL MITO. IL MUSEO ALIGI SASSU DI ATESSA

Per visitare il suggestivo museo Aligi Sassu di Atessa (creato dalla donazione che Alfredo Paglione, con generosità damecenate di altri tempi,ha destinato alla città) vorremmo muovere dall’inizio: da quel Ciclista che ne rappresenta l’immagine-guida o, come si dice oggi, il logo.
È un acquerello eseguito intorno al 1930, che precede la famosa emonumentale tela I ciclisti del 1931 e l’altrettanto famoso encausto omonimo, sempre del 1931, anche se non è uno studio preparatorio né dell’uno né dell’altro.
Il foglio rappresenta un giovane vestito di azzurro, che si appoggia al manubrio ed è fermo davanti a una montagna che si perde in una nuvola anch’essa azzurra: un’allusione a un percorso difficile, in salita, che il ragazzo dovrà affrontare. E che è il percorso della vita.
Apparentemente il tema è chiaro. Sassu, che aveva allora diciotto anni, amava la bicicletta e il ciclismo. Del resto aveva esordito nell’ambito del futurismo e nel 1928 aveva firmato con Munari un manifesto intitolato Dinamismo e riforma muscolare, in cui rifletteva in particolare sulla rappresentazione della velocità raggiunta dall’uomo, dal cavallo e, appunto, dalla bicicletta. “Un uomo, un cavallo, una bicicletta non possono raggiungere la velocità che li trasporta fino al quasi totale annullamento”, si legge nel manifesto. Rappresentare il movimento delle due ruote, intendeva dire Sassu, permette di dipingere una forma dinamica, che però non arriva a dissolversi e ad annullarsi (come avveniva invece nelle composizioni futuriste di Boccioni, che diventavano quasi astratte). Ciò che interessava all’artista, insomma, era un dinamismo che salvaguardasse la volumetria. Il viaggio in bicicletta ne offriva un modello.
Non bisogna dimenticare che erano gli anni d’oro del ciclismo, che contendeva al calcio l’egemonia della popolarità sportiva.Dopo la lunga rivalità fra Girardengo e Binda, che aveva occupato gli anni venti, al volgere del decennio si stava affermando Learco Guerra, la “locomotiva umana”, che dal 1930 al 1934 vince cinque Campionati del mondo consecutivi ed è il primo, nel 1931, a indossare la maglia rosa, istituita come segno di primato proprio quell’anno.Non è strano, dunque, che il giovane Sassu fosse attratto dalle vicende di uno sport così appassionante, e che lui stesso praticava. A Milano era iscritto al Ciclo Club “Azzini” e spesso copriva in bicicletta i trecento chilometri che separano il capoluogo lombardo da Firenze, per vedere da vicino il Beato Angelico. Sul tema infatti torna più volte: lo si vede, tra le opere conservate ad Atessa, in Dopo l’arrivo, Ciclisti, Al chilometro 11, oppure nei fogli di grafica I ciclisti all’arrivo 1931, I ciclisti (Bucatura) 1931. Tuttavia il giovane rappresentato nel logo del museo non assomiglia ai ciclisti o ai calciatori futuristi, personificazioni del dinamismo e della vitalità della giovinezza. È fermo, pensoso. Per capire che cosa significava quel soggetto per Sassu, dunque, bisogna ascoltare le sue parole. “I miei Ciclisti erano un tema che perme aveva un significato ascetico. Il ciclista non è l’atleta che vuole fare bella figura, ma l’uomo che si sacrifica, che accetta la disciplina e la sofferenza per raggiungere un esito non materiale”, midiceva lui stesso in una conversazione del 19963. Il ciclista, dunque, è un soggetto dalle valenze ascetiche. Erano comunque anni, per Sassu, di intensa vita religiosa, come accadeva a tutti (o quasi) i giovani pittori e scultori che gravitavano in quel periodo intorno al critico Edoardo Persico, anche lui segnato da una religiosità tormentata,ma vivissima. Sentiamo ancora le sue parole: “Andavo amessa tutti i giorni e tutti i giorni stavo in attesa del miracolo. Ero così certo della presenza di Dio, che mi attendevo ilmiracolo (la visione reale di Cristo nell’Eucarestia) da un momento all’altro”.Ma seguiamo il percorso dell’artista, sia pure in sintesi, dall’inizio. Nato a Milano nel 1912, Sassu aveva cominciato a dipingere giovanissimo e si era avvicinato al futurismo, pur senza condividere né la totale scomposizione della forma operata da Boccioni (come abbiamo già visto),né le teorie marinettiane dell’aeropittura, cioè di un’arte ispirata al volo e alle nuove angolature offerte dall’esperienza dell’aereo.Nel 1928 Sassu viene ammesso, a soli sedici anni, alla Biennale diVenezia. Il dato è impressionante. In quel periodo, è vero, la partecipazione di un giovane a una rassegna tanto prestigiosa non era insolita: Maraini, il segretario della Biennale, proprio quell’anno aveva riformato gli statuti della manifestazione, accettando anche esordienti, previa la severa selezione di una giuria. Tuttavia sedici anni soltanto, per esporre alla Biennale, erano comunque un record, rimasto a tutt’oggi (per quanto ci risulta) ineguagliato.
È pressappoco in quest’epoca, tra l’altro, che Sassu esegue Il ritorno e Ultradecorazione, entrambe del 1927: opere impostate sul ritmo delle forme (suddivise in tarsie di rettangoli o di semicerchi) e sulla magia del colore, acceso inaspettatamente dai rossi e dai gialli. Inaspettatamente, si intende, rispetto al panorama dell’arte a Milano del periodo, dove la pittura classicheggiante del Novecento Italiano di Sironi aveva subordinato il colore al disegno e, pur con esiti altissimi, aveva ridotto la tavolozza a una sinfonia di terre, di bruni, di neri.
Sassu, invece, è tra i primi a considerare nuovamente la pittura come una questione di luce. Nei primi anni trenta, infatti, dipinge il ciclo degli Uomini rossi: figure senza volume, senza peso e senza ombre, incise nel colore (spesso, in realtà, non rosse, ma rosate, tanto che il suo amico e compagno di strada Renato Birolli parlava di “un’umanità rosea”, oppure virate verso l’azzurro, l’ocra, il giallo), che portano nell’ambiente artistico milanese una decisa innovazione cromatica. Al mondo di toni scuri del “Novecento” Sassu sostituisce dunque una pittura in cui la tavolozza assume accenti visionari. “Sassu da parte sua rompeva, in una cateratta di rossi e di blu, ogni analogia colnaturale”, scrive appunto Birollinei suoi Taccuini del 1936.
Del ciclo degli Uomini rossi anche nel museo di Atessa ci sono significativi esempi, come, per citarne solo qualcuno, I musici del 1930, La nuda e La rossa del 1932, Adriana del 1933 e le incisioni dei Musici, dei Giocatori di dadi e degli stessi Ciclisti.
Il motivo dei musicanti, tra l’altro, è uno dei più ricorrenti nella pittura di Sassu in questi anni. Il tema della musica, degli spartiti, del concerto era molto diffuso anche negli anni venti, da Casorati a Severini, da Oppi a Marussig, da Funi a Zanini a Socrate e simboleggiava, alla maniera rinascimentale, il presentimento di un’armonia cosmica, sia pure venata di una nuova gravità. Solo Rosai ne aveva data una versione plebea e strapaesana, ambientando i suoi suonatori nelle strade e nelle osterie. Sassu, forse mutuando il tema proprio dal pittore toscano che aveva esposto a Milano nel 1930, torna a un’idea popolaresca e, più ancora, dionisiaca di musica. Il colore e il calore delle composizioni, lanuditàdei suonatori, l’esecuzione del concerto in un interno dimesso, a volte tra i tavolini di un caffè, e il fatto stesso che i violinisti improvvisino, suonando senza lo spartito, suggerisce che la musica non è un’arte apollinea, un segno dell’ordine universale, ma un momento disordinato di vita, insieme sereno e malinconico. In questo periodo Sassu è particolarmente vicino a Persico. Vi abbiamo già accennato fuggevolmente, ma ora è il momento di soffermarsi su questa straordinaria figura di critico, che anima la scena artistica milanese dei primi anni trenta.
Edoardo Persico giunge a Milano alla fine del 1929, chiamato da PierMaria Bardi a dirigere la sua galleria e dalla redazione di “Casa Bella” a collaborare alla rivista. Ha ventinove anni, ha alle spalle studi disordinati di legge e di filosofia (compiuti aNapoli, dove era nato nel 1900) e precoci conoscenze dell’arte europea, approfondite durante un soggiorno a Parigi nei primi anni venti. Amico di Gobetti, collaboratore della “Rivoluzione liberale” e del “Baretti”, Persico si era trasferito nel 1927 a Torino, dove aveva conosciuto il grande storico dell’arte Lionello Venturi (del quale pubblicherà nel 1929 Pretesti di critica) e aveva appoggiato il gruppo di artisti da lui seguiti, cioè Chessa, Galante, Levi, Menzio, Paulucci, Jessie Boswell, che diventeranno noti come i Sei di Torino.Quando il vulcanico napoletano si stabilisce a Milano, ai giovani che si radunano intorno a lui, come appunto Sassu, Birolli, Broggini, Fontana e i chiaristi,parla con entusiasmo dell’impressionismo (che interpreta come una pittura dagli accenti sofferti ed esistenziali), dell’Ecole de Paris (Matisse, Modigliani, Chagall, Rouault), del primitivismo di Rousseau e dei suoi seguaci.
Intanto scrive, oltre che sulla già citata “Casa Bella”, sulla rivista di Bardi “Belvedere” e sul quotidiano “L’Ambrosiano”, dove nel 1931 tiene la rubrica “Pubblicità”. Per quel giornale, in particolare, scrive l’articolo IlMokador, che gli viene cestinato,ma resta uno dei suoi interventi più importanti. Apparentemente è un articolo di costume, ma in realtà è un manifesto delle nuove generazioni di artisti, come Birolli, Sassu,Del Bon e altri, che si ritrovano a discutere nell’omonimo caffè di piazza Beccaria.Sassu è tra gli artisti che più assiduamente frequentano l’intellettuale napoletano. Scriverà nel 1936, in un libretto pubblicato in onore del critico che, all’inizio dello stesso anno, era prematuramente scomparso a soli trentacinque anni: “Persico è stato il profeta della mia giovinezza. Avevo diciotto anni quando conobbi Persico, e fu subito perme un maestro ed una guida, aveva il dono raro di individuare con cristallina chiarezza l’animo dei giovani, e con passione e amore spingerci a capire l’uomo e la realtà delle cose. […] Ricordo un inverno in cui quasi tutte le domeniche andavo a trovarlo a casa al mattino,mi prestava i libri e siparlava… È certo l’uomo che più ci ha amati, che più ha capito l’ansia di noi giovani tesi a una civiltà nuova, a una nuova realtà. […] Solo la morte mi ha fatto comprendere tutto quello che è stato Persico perme e per la nostra generazione. Domani, forse, sarà una bandiera”.
E in un’altra pagina: “Vero e proprio filosofo peripatetico sempre pronto a dissipare i miei dubbi, aveva la vocazione del maestro. Nelle notti nebbiose, in via Manzoni, al Caffè Craja, al Mokador, al Caffè Vittorio Emanuele, mi leggeva appunti di articoli che poi regolarmente non scriveva, in cui considerava uno stesso pittore e la sua opera in maniera antitetica, quasi a sviscerarne le molteplici apparenze. […] Quello che fu importante nell’apostolato laico di Persico fu proprio l’opera di iniziazione per me e i miei amici in un settore della cultura e delle idee estetiche che andava di pari passo con un ‘furor’ pittorico rigoroso”10. L’incontro con Persico, tra l’altro, avvenuto nel 1930, stimola l’artista a creare una serie di opere di tema religioso. In questi anni, in cui lò critico fa conoscere a Sassu gli scritti di Maritain e le edizioni del Roseau d’Or, nascono la Deposizione, conservata sempre in Abruzzo, e opere che nascondono anche riferimenti ascetici, come appunto I ciclisti.Ma continuiamo a seguire il percorso dell’artista. Sassu si presenta sulla scena milanese in una collettiva del 1930 alla Galleria Milano con Manzù e altri, accompagnata da un testo di Raffaello Giolli. La sua vena poetica ha ormai abbandonato il futurismo e si esprime ora nel primitivismo, cioè in una pittura volutamente ingenua, dall’anatomia reinventata e dalle prospettive studiatamente “sbagliate”. Il primitivismo è, per Sassu, quello che teorizza Persico: uno sguardo stupefatto, “candido”, gettato sulla realtà. Non a caso nelle sue opere di questi anni, dalla Deposizione al Figliol Prodigo, dai Giocatori di dadi ai Ciclisti a tutte le altre declinazioni degli Uomini rossi, compare spesso un fanciullo, anche dove l’iconografia non lo prevederebbe, quasi a sottolineare che è dal suo punto di vista che la visione si struttura. Si vedano tra le opere del museo di Atessa, per esempio, l’acquaforte La colomba (1930), o i Giocatori di dadi (1931), dove in entrambi i casi un bambino inaspettato viene a completare la scena. Tutto il ciclo degli Uomini rossi, che in alcuni suoi esempi viene esposto per la prima volta a Milano, alla Galleria del Milione,nel febbraio 1932, risponde appunto a un’esigenza primitivista.Nel 1934 Sassu compie il suo primo viaggio a Parigi, dove vede le opere di Picasso eMatisse,ma soprattutto riceve una profonda impressione da Delacroix, che considererà sempre il più grande pittore francese. Nelle opere di questi anni Sassu dipinge scenedi “vita moderna”, come avevano fatto gli impressionisti: l’animazione delle strade nei giorni di festa (14 luglio) e nei giorni senza festa (Rue Elysée des Beaux-Arts); i caffè in cui la gente si ritrova e insieme si annoia e che non sono luoghi di incontro,ma luoghi di solitudine (Chez Dupont, 1934).
A questi temi, poi, se ne aggiungono altri, tra cui nella donazione di Alfredo Paglione spiccano alcuni ritratti. Sassu non è mai stato interessato all’attività ritrattistica, nel senso tradizionale del termine,ma nelle carte del museo se ne trovano alcuni esempi significativi, come l’intenso Autoritratto del 1934 e certi volti eloquenti di donna: Le blonde, Marion, La jolie di Pigalle, anch’essi del 1934. Sassu, comunque, non si accontenta di questi frammenti di vita quotidiana e nel 1935 con Fucilazione nelle Asturie (si veda l’omonima cartella, ispirata alla rivolta della regione spagnola, avvenuta l’anno precedente) o nei successivi Guadalajara e Carlisti che fucilano un repubblicano simisura con un realismo di ispirazione politica e civile.
Nella collezione del Museo di Atessa, tra l’altro, è presente anche una serie di disegni (Caffè giallo, Crocifissione da Rubens, Le tre Grazie, Figura, Il Centauro, Le nude e la ruffiana, Studio di nudo) eseguiti dall’artista durante un periodo di detenzione nel carcere di Fossano, dove è imprigionato per attività contro il regime dall’ottobre 1937 al settembre 1938 e dove, valendosi dell’autorizzazione “a esercitarsi nel suo mestiere”, può continuare a disegnare.Realismo,dunque. Bisogna però aggiungere che in Sassu la realtà non si disgiunge mai dalla dimensione fantastica e visionaria. La sua immaginazione lo porta a rappresentare lungamente il mito, come aveva fatto il suo maestro Delacroix. Già il ciclo degli Uomini rossi comprendeva Dioscuri e Argonauti. Nella seconda metà degli anni trenta, però, si fanno più frequenti nella pittura di Sassu le battaglie, in cui la reminiscenza di Delacroix si coniuga con quella del Tintoretto e i riferimenti storici si mescolano con l’evocazione delle centauromachie. Nell’acquaforte Battaglia del 1939, come nella litografia Rissa di cavalli del 1941, mito e realtà si fondono: si avverte in Sassu la volontà di rappresentare una violenza non individuale ma cosmica, e questa risonanza mitica dà all’immagine, pur così drammatica, una straniata valenza metafisica.L’interesse per il mito, inoltre, lascia trasparire in Sassu, come in tanti artisti dell’epoca, il bisogno di rappresentare ciò che non ha nascita né fine. Mentre la storia procede per date e numeri, il mito non conosce calendari, annali, ere.Rappresenta (come ha detto un autore della tarda latinità, Sallustio, su cui ha recentemente richiamato l’attenzione Roberto Calasso) le cose “che non avvennero mai, ma sono sempre”. Nei primi anni quaranta, precedute da alcune opere come la già citata Le nude e la ruffiana, 1938, e l’inedita litografia Vecchia ruffiana, 1940, compaiono nel lavoro di Sassu una famiglia di prostitute che abitano ginecei disadorni (Maison Tellier, 1941). L’artista le osserva senza ipocrisia,ma anche senza compiacimenti, con uno sguardo compassionevole ed evangelico, come chi sa che quelle sventurate donne pubbliche entreranno prima di scribi e farisei nelRegno dei cieli.Sempre negli anni quaranta, poi, segnati tragicamente dalla guerra, si intensificano nella sua pittura i temi religiosi, come accade in questo periodo a tanti artisti, da de Chirico a Sironi. Lo si vede nello Studio per Deposizione del 1941, nell’acquaforte Crocefissione del 1942, nelle litografie I tre crocifissi e Crocifisso del 1943, nell’acquerello Cristo davanti al Sinedrio, sempre del 1943. Sono temi, però, che nel caso di Sassu accompagnano tutta la sua ricerca e non si limitano al tempo di guerra. Pensiamo per esempio, tra le opere del museo di Atessa, alla Via Crucis del 1955 (Gesù è condannato amorte;Gesù spogliato dalle vesti); alle Madonne di Caravaggio, di Tirano, di Bra del 1967; a Gesù e le pie donne del 1968, allo Studio per un Angelo o al Buon Pastore del 1972.Con il 1963, invece, si apre la “stagione spagnola” di Sassu, che quell’anno apre uno studio a Cala San Vicente, nell’isola di Maiorca. Nascono non a caso negli anni successivi opere ispirate al tema della corrida (El picador, 1968; Torero con muleta, 1968, El picador, 1985).
Sono pressappoco di questi anni anche una serie di ritratti familiari, come quello della cognata e compagna di Alfredo Paglione Anna Teresa Olivares, 1962, della moglie Helenita, 1967, e di Teresita e Helenita insieme (Le sorelle, 1965).
Non vanno dimenticate, infine, le opere di illustrazione. Il museo possiede una tavola delle incisioni per i Promessi sposi (oggi conservate integralmente a Palazzo De Mayo a Chieti) e l’acquaforte Renzo e lo scrivano, che faceva parte di una cartella manzoniana eseguita nel 1943 e rimasta inedita per vent’anni, ma accanto a esse si collocano le litografie I cavalli innamorati del 1973, dove Sassu dialoga con le poesie diCarrieri, e le Fantasie d’amore e di guerra dell’Orlando Furioso del 1974, che racchiudono le sue interpretazioni ariostesche.
Sullo sfondo delle figure di uomini e donne, di cavalli e cavalieri di questi anni, tra l’altro, compaiono i lirici paesaggi ultimi di Sassu, dove la natura assume colori irreali, si carica di una dimensione onirica, sipopola dimiti (Cavalli in val de March, 1984).Il Museo di Atessa, in conclusione, offre una antologica esauriente dell’opera dell’artista. Esauriente, anche se non esaustiva (ma “esaustivo”, ha osservato uno scrittore, ha a che fare con “esausto”…), perché tutti i grandi temi di Sassu vi sono rappresentati. L’opera su carta, del resto, non è affatto un’opera minore, come in Italia erroneamente si crede,ma, oltre ad avere valore e dignità autonome, racchiude spesso i primi impulsi, le prime idee, i diari di un artista. È qualcosa di più, insomma, non qualcosa dimeno. Visitare il museo, dunque, può significare conoscere a fondo la figura di Sassu. E, come accompagnamento alla visita, al termine di questo breve scritto, vogliamo lasciare al lettore un ritratto dell’artista, tracciato conmano felice da Raffaele Carrieri.
“Aligi Sassu – scriveva il critico nel 1945 – assomiglia nell’aspetto a un chierico di Theotocopuli, uno di quei modelli di giovani ecclesiastici allevati dai padri gesuiti con molta dottrina e rigore, e poche parole; un discendente dell’inquisitore Fernando De Guevara che ilGreco dipinse in cappa viola e occhiali di ferro. È sardo, ma potrebbe essere benissimo spagnolo, uno spagnolo barocco e rissoso, di quelli che odorano di sangue bruciato o impiegano due tori per spaccare un filo di seta.[…] Ci sono delle vene capillari che si rompono e infuocano le sue composizioni foltissime e intricate di personaggi, dei vasi sanguigni che scoppiano simili a petardi inmezzo a paesaggi omerici: e tutto questo scandito da un disegno anatomico e grasso, seguito colore per colore, tono per tono, senzamai perdere di vista il racconto e nel racconto la pittura”.
ELENA PONTIGGIA
SASSU E L’ABRUZZO

Come una folata di vento l’arte di Aligi Sassu ha percorso la terra dannunziana, facendo scorrere tra i pini sulla costa, tra gli ulivi sulle colline i suoi colori furenti che, come semi attaccati auna terra sconosciuta, oggi ancora crescono forti di un radicamento nuovo: il radicamento degli affetti e dei ricordi.
Il rapporto tra Sassu e l’Abruzzo dimostra infatti che la storia dell’arte non è solo storia dimercato e di aride committenze, ma anche di confronto intellettuale, di amicizie, di affetti e, perché no, di scontri. Ripercorrendo la vita del pittore non si può prescindere dalle sue frequentazioni e dal peso che esse ebbero nello svolgersi della sua attività; da questo puntodi vista è facile individuare attorno all’artista un vero “cenacolo”, un gruppo di intellettuali che si muoveva assecondando le ispirazioni reciproche, condizionando l’uno il procedere dell’altro. La casa di Sassu non era frequentata solo da amici pittori, ma anche da musicisti (grazie alle conoscenze della moglie Helenita Olivares, importante soprano), da letterati e soprattutto da poeti: Sassu amava profondamente la poesia, tantoda circondarsi di personaggi quali Rafael Alberti, Sandro Boccardi, Raffaele Carrieri, Enzo Fabiani, Tullio d’Albisola, Irving Layton, Salvatore Quasimodo, Alberico Sala, Leonardo Sciascia, Vittorio Sereni. L’artista viveva dunque circondato da una cerchia di persone eccellenti, nella quale nel 1958 entra un abruzzese: Alfredo Paglione.
Racconta Enzo Fabiani: “Un bel giorno l’Abruzzo entrò a far parte del nostromondo grazie all’arrivo di Alfredo Paglione, un giovane teatino dall’aspetto forse più gentile che forte, il quale ebbe la pazienza di ascoltarci per giorni e giorni quasi con reverente ammirazione. Poi però passò all’attacco: cioè simise a raccontare, mescolando al suo dire armoniose parole e frasi dialettali, le vicende storiche e culturali abruzzesi, e anche le curiosità”, facendo entrare prepotentemente l’Abruzzo nel turbine di creatività e poesia in cui viveva Sassu.
La regione della Majella era in realtà già presente nell’universo del pittore, in modo costante fin dalla sua nascita. L’Abruzzo era nel nome che l’artista portava con orgoglio: Aligi. Proprio nel nome dannunziano assegnatogli dal padre, tanti critici hanno visto una predestinazione: il nome è quello del protagonista della Figlia di Jorio, tragedia dannunziana del 1903 in cui, secondo lo stesso d’Annunzio, “Tutto è violento e tutto è pacato nello stesso tempo. L’uomo primitivo, nella natura immutabile, parla il linguaggio delle passioni elementari”. In questo concetto è già racchiusa parte dell’universo artistico di Aligi Sassu.L’Abruzzo accompagna dunque Sassu fin dalla nascita, e attraverso le passioni intellettuali della gioventù, nutrite nei confronti dello stesso Gabriele d’Annunzio, Benedetto Croce, Ignazio Silone, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo Tosti, lo conduce finalmente all’incontro con Alfredo Paglione, abruzzese che diventa per Sassu un amico fidato e, con l’apertura della Galleria 32, suo gallerista esclusivo.
In un intreccio estremamente fecondo, il pittore e il gallerista condividono dal 1963 non solo la vita professionale, ma anche quella privata del disimpegno e delle passioni culturali. Una grande amicizia che si trasforma in legame indissolubile quando il matrimonio di Paglione nel 1967 con Teresita Olivares (testimone di nozze lo stesso Sassu) li rende parte di un nuovo nucleo famigliare, in cui il clima di armonia e di stima reciproca danno il via a un frangente felice e prolifico. Periodo durante il quale si susseguono i successi e l’affermazione professionale non solo di Sassu come pittore di fama internazionale,ma anche di Paglione come gallerista di riferimento in Italia e Spagna nell’ambito della figurazione, e di Helenita come importante concertista nei teatri di tutta Europa.Proprio a Paglione, dunque, si deve il primo contatto importante con l’Abruzzo attraverso la città di Pescara, dove Sassu realizzerà un’opera fondamentale. Il gallerista abruzzese porta Sassu a visitare la moderna chiesa di Sant’Andrea a Pescara, lo presenta ai padri oblati di Maria Immacolata e al fratello, padre Fiore Paglione. Dopo poco tempo, su suggerimento dello stesso padre Fiore e di Alfredo Paglione, il vescovo di Pescara monsignor Jannucci e padre Giovanni Morette degli oblati di Maria Immacolata commissionano a Sassu la decorazione della nuova cappella dedicata al Concilio Vaticano II. Soggetto della decorazione è ilConcilio, che Sassu realizza in un mese di lavoro in cui alloggia con i frati, conducendo una vita frugale e dedita al lavoro, come ricorda con affetto padre Fiore: “Fu lui a scegliere di vivere nella nostra Comunità di religiosi. All’epoca la stampa intitolava ‘Vive in convento per dipingere il Concilio!’. Inserito nella vita comunitaria, piuttosto silenzioso e discreto nei suoi interventi, pronto a vivaci battute, soprattutto con qualche tono polemico verso aberrazioni artistiche del tempo, dedicava le giornate al suo lavoro, spiritualmente unito ai padri nella maestosa Basilica Vaticana. Avolte eravamo costretti ad andare a chiamarlo per farlo scendere dai cavalletti. Le ore di pausa del lavoro le dedicava alla nostra biblioteca”.Il tema del Concilio era ben noto al pittore, che nel periodo bellico aveva realizzato diverse tele in cui le assemblee vescovili si accendevano dei suoi rossi opulenti. Siamo dunque nel 1964 quando Sassu ritrae il Concilio ancora in corso (le cui attività ebbero inizio nel 1962 e terminarono nel 1965): per la Chiesa è un periodo di grande rinnovamento e Sassu ha il compito di documentare questomomento fondamentale, durante il quale il clima attorno ai lavori in Vaticano è di fiducia nei confronti di un futuro nuovo per la Chiesa. I protagonisti sono uomini di grande levatura: papa Giovanni XXIII, che Sassu ammirava moltissimo, e il coraggioso papa Paolo VI. L’artista dipinge Il Concilio Vaticano II regalando all’Abruzzo non solo un importante esempio di arte sacra contemporanea, ma anche un documento storico di grande attualità. Alfredo Paglione ricorda: “Realizzò un unicum nel suo genere, persino una proposta viva per l’arte in un momento storico straordinario, al di là diogni polemica, allora attuale, tra realtà e astrazione”. Il sodalizio Sassu-Paglione-Abruzzo si nutre di un altro canale privilegiato, quello legato alla comune passione per la grande letteratura. Sassu infatti è stato un grande illustratore, uno dei più fecondi dei nostri tempi e uno dei più seducenti, grazie alla voglia di conoscere profondamente i testi da illustrare in modo da poter creare non semplici traduzionima intense e partecipate immagini, ricche della propria visionaria interpretazione. Interpretazione libera che non tradiva però mai la fedeltà al testo, impreziosendolo anzi e universalizzandone i contenuti.Di volta in volta Sassu illustra Omero, I promessi sposi, l’Orlando furioso, l’Apocalisse, il Don Chisciotte, il Decamerone. Nel 1982 Paglione gli presenta Corrado Gizzi, grande dantista che,nel suo castello di Torre de’Passeri (Pescara), aveva realizzato con la consulenza di Fortunato Bellonzi la Pinacoteca Dantesca, dove erano state esposte le interpretazioni dantesche dei più grandimaestri: Giotto, Michelangelo, Raffaello, Botticelli, Signorelli, Dante Gabriel Rossetti e Dalí. Nel 1987 nel castello di Torre de’ Passeri in anteprima assoluta sono presentate le tavole sulla Divina Commedia che Sassu aveva realizzato tra il 1982 ed il 1987.“In cinque anni di studio e d’intelligente lavoro e in uno stato di grazia, crea 112 acrilici di magica potenza per la forza dell’immaginazione, la capacità espressiva e l’abilità nell’ottenere particolari effetti di luce, traducendo il mondo infernale delle passioni violente, dei sentimenti eccessivi, delle colpe orrende, dei peccati vergognosi e dei vizi osceni; l’aria di sollievo del Purgatorio, il desiderio di perdonare le offese e le ingiustizie patite e la rievocazione rassegnata dell’ingiusta sorte; e infine il regno del Paradiso, fatto di canto, ma soprattutto di luce, che palpita e splende negli occhi di Beatrice, nelle figure dei beati e nella milizia degli angeli, i quali, simili a sciami di api che intrecciano il loro volo operoso dalle coppe fiorali ai ronzanti alveari, per preparare all’uomo la dolcezza delmiele, volteggiano ora calandosi sullamoltitudine dei santi in forma di candida rosa, ora risalendo verso il bene di Dio, perenne e immobile oggetto del loro amore”. E ancora alla terra abruzzese Sassu fa riferimento quando, ispirato da un sogno in cui d’Annunzio gli avrebbe mostrato una copia dell’Alcyone, realizza quindici illustrazioni e quattroserigrafieper illustrarlo, le quali, nel 1990, sono presentate da Ferruccio Ulivi. “Di fronte aD’Annunzio, Sassu non si è comportato neanche un attimo da illustratore. Queste splendide tavole sono state dipinte, più che sul testo in corpore diAlcyone, sullamemoria del libro. Diciamo meglio: proiettando la sequenza dannunziana nel proprio universo artistico. Viene da pensare a una poesia tradotta inun’altra lingua. Solo che qui, nel pittore, l’‘altro’ è il linguaggio degli ‘incantamenti’ cromatici. […] Il pittore tiene il discorso in sintonia coi nessi di fondo della favola: le volute fluviali e marine, i segni appena tracciati di un paese boschivo, le forme umane e subumane. Tra il testo dannunziano letteralmente inteso e quello figurato s’indovina un’intercapedine, quasi che l’artista tendesse lamano al cosmo supposto dietro il velario delle parole significanti che il poeta intendeva immettere nel suo libro; quando, com’egli diceva, ‘non puoi conoscere la vita se non sotto la specie dell’apparizione e dell’allucinazione del fremito e nel tremito dell’attesa e dell’insonnia…’. L’attesa e l’‘insonnia’ si sono propagate dal grande poeta all’interprete”. Questo tour ideale, che portava l’illustrazione di Sassu in Abruzzo, tocca un’altra tappa fondamentale quando nel 2003 Alfredo Paglione e sua moglie Teresita Olivares, in memoria del cognato Aligi Sassu, scomparso tre anni prima, decidono di donare alla Fondazione Carichieti i cinquantotto acquerelli dei Promessi sposi del 1943: tassello fondamentale della produzione illustrativa dell’artista che si dedicò intensamente alla rilettura dell’opera del Manzoni dal 1942 in poi. “Il suo, si direbbe, è un Manzoni in solido: i personaggi, più che derivati dalla memoria di una lettura, sono visti in carne e ossa, come se sulla scena essi non fossero ombre a prestito ma persone vive, corpose, che alla propria vitalità aggiungono quel tanto d’eternità proveniente dall’arte”.
Nel 2003, dunque, l’opera di Sassu è ancora presente in Abruzzo; queste tavole a Chieti permettono di creare un Centro di StudiManzoniani che favorisce inA bruzzo lo studio di uno dei più grandi personaggi della letteratura italiana.Nel suo passaggio in Abruzzo Sassu ha sparso i suoi tesori, ricavandone ispirazione e ricevendo in cambio un affetto viscerale, quello di chi non solo ha condiviso conlui un cammino umano e professionale importante, ma anche quello di una intera regione pronta, in ogni occasione, a dimostrare il suo apprezzamento per questo grande artista.
Anche dopo la sua morte – avvenuta nel 2000 a Maiorca – l’arte di Sassu continua a essere presente nella nostra Regione grazie soprattutto all’operato ininterrotto e alla dedizione diAlfredo Paglione, alle mostre da lui organizzate negli ultimi anni, alle donazioni da lui effettuate in favore dei musei abruzzesi. Mostra dopomostra, donazione dopo donazione, abbiamo la possibilità di conoscere in Abruzzo la totalità dell’opera di Sassu: il suo periodo futurista, i suoi caffè, la pittura civile, le battaglie, i cavalli, la produzione ceramica, la scultura, la sua importante attività grafica. Sassu, Paglione e l’Abruzzo ci raccontano una storia dove persone e luoghi sono legati da invisibili fili tessuti da affinità elettive, a dimostrazione che, parafrasando Cesare Pavese, a volte si trova la terra dove si trovano i compagni di strada.ELSA BETTI

 

 Aligi Sassu con la sua bicicletta,
nella casa di via Bagutta 14 a Milano.
Alle sue spalle il famoso dipinto encausto
“I Ciclisti” del 1931
Aligi Sassu con i grandi poeti
Rafael Alberti e Salvatore Quasimodo
nella casa di via Castelmorrone a Milano, 1965
Aligi Sassu ricevuto da
papa Paolo VI al quale presenta
l’edizione del “suo” Vangelo
SASSU E L’ABRUZZO: CRONOLOGIA

1964
A Pescara, nella chiesa di Sant’Andrea, realizza, su invito di padre Giovanni Moretta e padre Fiore Paglione, il dipinto per la nuova cappella dedicata al Concilio Vaticano II: un grande murale a tempera di 3,50°— 14m, il cui tema è il Concilio Vaticano II . L’artista ha distribuito sulle tre pareti dell’edificio i seguentimotivi: al centro san Pietro, alla sua destra papa Giovanni XXIII ideatore del Concilio e a sinistra papa Paolo VI alla guida delConcilio dopo la morte del suo predecessore; sulle pareti laterali è rappresentata l’intera assise dei padri conciliari e dei cardinali. Sono raffigurati ben 72 ritratti di vescovi e cardinali (riconoscibili i cardinali Suenens, Ruffini, Rugwamba, Liénart, Gerlier, Faltin, Tisserant, Siri,Doepfner, Cushing, Colombo, Frings e Agagianian. Sulla parete di sinistra il cardinal Bea, Wyszynsky, Ottaviani, Alfrik, Valeri, Marella, il vescovo Schell, il cardinal Lercaro, il vescovo Iannucci, il legato pontificio Laos Berti, Blanchet emolti altri vescovi orientali e africani).
1971
ATeramo, il gallerista Pasquale Limoncelli organizza la prima importante antologica di Sassu, inaugurata dall’allora ministro abruzzese Remo Gaspari
1976
Nella chiesa di Sant’Andrea a Pescara vengono collocati due grandimosaici per due altari: il primo dedicato all’Immacolata e sant’EugenioMazenod, fondatore degli Oblati, e il secondo a San Giuseppe lavoratore.
1985
A Giulianova effettua la donazione di Crocifisso, grande scultura in ferro (226°— 75°— 11,5 cm) realizzata nel 1975, alla Piccola Opera Charitas creata e diretta dal francescano padre Serafino Colangeli.
1987
Grazie all’appassionata e preziosa attività dei coniugiRina e CorradoGizzi, che dal 1980 nel loro castello di Torre de’ Passeri (Pescara) organizzano prestigiose mostre a tema dantesco, la casa di Dante in Abruzzo presenta in prima assoluta la mostra Sassu eDante, con l’esposizione dei 112 dipinti a olio realizzati in cinque anni per illustrare le tre cantiche della Divina Commedia.
1989
Nei mesi di aprile e maggio a Teramo importante antologica presso la Galleria Riziero.
1990
A luglio, nel borgo medievale di Castelbasso (Teramo) è allestita una rassegna di opere scultoree di Sassu, inaugurata dal ministro Gaspari. Sassu è stato tra i primi protagonisti, a Castelbasso, di una importante stagione espositiva che successivamente ha ospitatomostre di granlivello connomi come Sironi, Fontana, de Chirico, Baj…. Illustra per l’Istituto Poligrafico d’Arte Classica Contemporanea diRoma, l’Alcyone diGabriele d’Annunzio con 15 tavole a colori e 4 serigrafie originali.
1997
Il 27 luglio a Giulianova (Teramo) viene inaugurato, a cura di padre Serafino Colangeli e diAlfredo Paglione, ilMAS (Museo d’Arte dello Splendore) con la mostra Aligi Sassu. “Il sacro”, in cui sono esposte 38 opere tra dipinti e disegni e il ciclo di 58 acquerelli dedicati ai Promessi sposi realizzati da Sassunel 1943-1944. Nello stessomuseo la prima sala delle opere in permanenza ospita per sei anni 15 opere di Sassu di carattere sacro che,nel 2005, vengono trasferite nel Museo della SantaCasa di Loreto dove si trovano attualmente.
2003
Il 16 luglio viene inaugurata presso la Fondazione Carichieti lamostra dei 58 acquerelli di Sassu dei Promessi sposi (fig. 3). I coniugi Paglione hanno voluto donare alla città di Chieti quella che è “unanimemente considerata la vera perla di Sassu nel campo dell’illustrazione: i 58 acquerelli che ilmaestro eseguì nel 1943 sul Lago d’Iseo per illustrare i Promessi Sposi”, come spiega il presidente della Fondazione Carichieti, l’architetto Mario Di Nisio. Grazie a questa donazione, è stato possibile creare, insieme all’università D’Annunzio, il CASM (Centro Abruzzese Studi Manzoniani), stabilendo così un gemellaggio con la Casa del Manzoni diMilano. Presto la preziosa raccolta farà parte delMuseo di PalazzoDeMayo che la Fondazione Carichieti sta allestendo a Chieti.
2004
Il 21 luglio a Chieti viene inaugurata almuseo d’Arte Costantino Barbella la collezione dei 101 dipinti e sculture dal titolo Arte per immagini. Da de Chirico a López García che i coniugi Paglione hanno voluto donare alla città diChieti: la sala più importante della raccolta è dedicata a 11 opere storiche di Sassu, fra cui il suo famoso dipinto I ciclisti, del 1931, un encausto di 140°— 140 cm che – come scrisse lo storicoRaffaele De Grada – “è l’opera che fa da spartiacque fra l’Ottocento e l’epocamoderna” e che il pittoreGuttuso definì “il poema che ognuno di noi pittori avrebbe voluto dipingere”. Il 29 agosto viene aperta a Tornareccio (Chieti), paese natale di Paglione, la sala d’arte Pallano con la mostra In nomine patris con circa 30 dipinti, opere grafiche e sculture di cui 16 di Sassu.
2006
Il 15 luglio sempre a Tornareccio (Chieti) viene inaugurata la I edizione della rassegna annuale Un Mosaico per Tornareccio. La città delle api. I coniugi Paglione donano alpaese il mosaico di Sassu Il cavallo rosso del 1988 di 98°— 98 cm. Ilmosaico di Sassu è diventato il logo della manifestazione chemira a trasformare il piccolo paese abruzzese in un vero museo all’aperto.
2008
Alfredo Paglione per rendere omaggio a suamoglie Teresita, scomparsa pochimesi prima, inaugura il 17 luglio presso il Museo delle Ceramiche di Castelli (Teramo) la raccolta di 200 opere di ceramiche e sculture di Sassu per costituire il Museo Sassu.
2009
A Teramo, presso la sala Carino Gambacorta della Banca di Teramo, viene allestita lamostra Sassu futurista, 72 opere giovanili di Sassu. La mostra, curata da Ada Masoero, è stata organizzata inoccasione del centenario del futurismo.
2010
A Pescara, il 23 aprile, presso il Museo di Villa Urania, si inaugura lamostra, curata da Giancarlo Bojani e Alfredo Paglione, 100 cavalli di Aligi Sassu, organizzata per celebrare il decimo anniversario della morte del maestro con una importante rassegna di 100opere di ceramica e sculture.
ALFREDO PAGLIONE, IL DONO DELLA BELLEZZA

Non di solo mercato vive l’uomo. Alfredo Paglione è stato fino al 2000 protagonista delmercato internazionale dell’arte. Chiusa la Trentadue, la sua galleria milanese, rivela l’anima di mecenate. Ela sua vita, da sempre nell’orizzonte della bellezza, entra nell’orizzonte del dono. Grande conoscitore d’arte e di uomini, Paglione ha il gusto di cominciare cose nuove. In un Paese come il nostro, sempre più incapace di innovazione perché incapace di progettare il proprio futuro, il mecenate abruzzese trapiantato a Milano ha creatomusei, centri culturali e manifestazioni grazie alla sua generosità, ma soprattutto a questo suo sguardo che sa andare oltre e cogliere nel seme la pianta che verrà generata. Ama citare i versi di un poeta cinese, Kuan-tseu, vissuto nel VII secolo a.C.: “Se tu progetti per un anno, semina grano. Se per dieci anni, pianta un albero. Se per cento anni, diffondi bellezza. Seminando grano, raccoglierai una volta. Piantando un albero, raccoglierai dieci volte. Diffondendo bellezza, raccoglierai cento volte”. E lui ha raccolto tantissimo e altrettanto ha donato: quasi mille opere di grandi artisti italiani e stranieri, da de Chirico a Miró, da Marini a Ortega. E così “il pastore che ha scalato il grattacielo”, come ama definirlo Enzo Fabiani, si è trasformato in un seminatore, perché la bellezza, quella vera, nasce, fiorisce, ma non muore. Lo testimonia il dono della ricca collezione sua e della moglie, Teresita Olivares, violoncellista colombiana: la creazione di musei, centri di studio, l’impegno a sostegno dell’arte sacra. Paglione è nato a Tornareccio, un piccolo borgo sormontato dal monte Pallano, dove sorgono mura megalitiche erette dai sanniti nel V secolo a.C. Il padre Ottavio, di origini contadine, torna dalla Grande Guerra afflitto nel corpo dai gas venefici respirati sulla Marna. Sposa Maria Cristina. Lei muore molto giovane. Ottavio è uomo di grande fede: cresce i figli e, nonostante le difficoltà economiche, li fa studiare. Alfredo ha sei fratelli, tre fanno una scelta religiosa, un sacerdote e due suore. “La mia vita – dice – è stata un cammino, un continuo salire verso la cima. Come quando da bambino tornavo da Chieti, dove ci eravamo trasferiti, a Tornareccio, per le vacanze estive, e salivo ai pascoli con le pecore degli zii e uno zaino pieno di libri”. Dopo il liceo si trasferisce a Roma per studiare geologia. Ma l’incontro con l’arte stravolge i suoi piani. Nel 1958 conosce Aligi Sassu, di cui diventerà gallerista: un rapporto privilegiato, durato quasi fino alla morte del grande maestro, avvenuta il 17 luglio 2000, un autentico sodalizio culturale. La Trentadue apre nel dicembre del 1963 e diventa il baluardo dell’arte figurativa in Italia, fino al 2000 anno di chiusura, con oltre trecentocinquanta mostre. Espongono con assiduità, tra gli altri, Floriano Bodini, Ennio Calabria, Giovanni Frangi, Carlo Guarienti, Piero Guccione, Giacomo Manzù, Marino Marini, Carlo Mattioli, Antonietta Raphaël Mafai, Mario Schifano, Alberto Sughi, Giuliano Vangi, Velasco, Renzo Vespignani. Importante il rapporto privilegiato con la Spagna. Sua la scoperta di José Ortega. In buona parte suo il merito se il realismo spagnolo, a partire da López García, è oggi così conosciuto in Italia. La sua opera per la promozione della figurazione europea e americana raggiunge ilmomento più alto con le personali di Picasso, Larry Rivers e Robert Rauschenberg.
Con la galleria hanno collaborato i più importanti storici e critici d’arte, da Testori a De Micheli, da Carluccio alla Pontiggia, da Jean Clair a Bonito Oliva a Sgarbi. La galleria era frequentata da poeti e scrittori, come Quasimodo al quale dopo la morte Paglione dedicò una mostra, pubblicando i suoi scritti sull’arte. La Trentadue è stata un crocevia per il dialogo tra le arti, promuovendo l’incontro tra pittura, musica, poesia, letteratura che porta alla pubblicazione di oltre cento titoli.

L’attività di gallerista e di organizzatore di mostre è cresciuta di pari passo con quella del collezionista. In oltre quarant’anni, Paglione, con la moglie Teresita, raccoglie un gran numero di dipinti, sculture, opere grafiche: soprattutto di “suoi” artisti, ma anche di quelli da lui sentiti più prossimi e non direttamente riferibili alla vita della galleria. Una collezione dai caratteri ben definiti, organica, coerente, che Paglione però non tiene per sé. Da diversi anni la raccolta è oggetto di numerose donazioni e comodati, con il solo scopo di far vivere le opere, portarle al pubblico, diffondere quell’idea e quella ricerca della bellezza che stanno alla base di tutto l’operare dell’esperto d’arte. C’è nel mecenatismo di Alfredo Paglione un sapore antico. Nelle sue molteplici attività – gallerista, collezionista, editore, mecenate – si avverte amore profondo per l’arte e la bellezza: lo rivela anche la sua posizione defilata rispetto all’importanza effettiva rivestita nel panorama culturale italiano.

La bellezza che coltiva e promuove non ha nulla a che fare con il puro estetismo: “L’arte non è solo poesia, è mistero”. L’attenzione alla sfera del sacro lo porta a stringere amicizia conmonsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, conosciuto a Milano nei primi anni sessanta. E così lo vediamo collaborare alla creazione della Galleria d’arte moderna dei Musei Vaticani, anche con la donazione di quattordici opere di Ortega. Stretto è il legame con il Santuario di Loreto: per il Giubileo del 2000 promuove, con il cardinale Angelo Comastri, la mostra, divenuta permanente, L’immagine della Parola, in cui grandi artisti (fra i quali Bodini, Galliani, Pericoli, Guccione e Velasco) si confrontano con il tema delle Parabole. A Loreto nel 2005 propone, sempre nel Museo della Santa Casa, la mostra La bellezza della croce, con un importante corpus di trentatré opere di Sassu, Cassinari, Mattioli, Raphaël Mafai, Ortega, da lui donate alla pinacoteca della Santa Casa.

L’arte e il sacro, la bellezza e la verità sono stati compagni di viaggio di Alfredo Paglione. Compagni a cui è rimasto fedele grazie alla sua intelligenza e alla sua spiccata sensibilità: “Questa dualità, questo bipolarismo li ho vissuti come una dimensione sempre presente nella mia vita e nell’operare artistico: passato e futuro, tradizione e modernità, ispirazione e mestiere, realtà e fantasia,materia e spirito. Solo quando i due poli coincidono, allora si determina la vera opera d’arte, il capolavoro che sfida il tempo”.
Monsignor Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, ha scritto di lui: “Alfredo Paglione, uomo mite e silenzioso, non ha pensato mai di erigersi un monumento né lo attende dagli amici. Con le mostre, i cataloghi e le sobrie monografie su cui splende o si nasconde il suo nome può dire sommessamente: se ti interessa sapere chi sono e cos’ho fatto, cosa ho nell’animo, guardati d’attorno e giudica benevolmente. Ho voluto introdurti nel giardino della bellezza che non sfiorisce e della letizia che non inganna!”.

L’apertura del Musa, il Museo di Atessa dedicato ad Aligi Sassu, è l’occasione per un dialogo con Alfredo Paglione sulla sua attività nel campo dell’arte e sulle sue iniziative come mecenate.

GIOVANNI GAZZANEO Da quando ha cominciato a donare le sue collezioni all’Abruzzo sembra che la vita artistica e culturale della regione sia rifiorita. Sia per i musei che lei ha costituito o che ha contribuito ad arricchire con sezioni di arte contemporanea; sia per le mostre che ha realizzato a partire da quelle dedicate a Picasso e alla famiglia de Chirico fino alle più recenti: José Ortega, al museo Barbella di Chieti, e Omar Galliani, al Museo Michetti di Francavilla al Mare. Qual’è la ragione che la muove a operare come mecenate?
ALFREDO PAGLIONE Dal 1997 sto riversando verso l’Abruzzo le opere che ho raccolto in quarant’anni di attività nel mondo dell’arte. Mi sento come quei miei corregionali che emigravano all’estero e poi alla fine, dopo una vita di lavoro, tornavano a casa portando il frutto del loro lavoro. Mi immagino, io nato a Tornareccio, il paese del miele, come un’ape che prende fior da fiore per poi portare il nettare nel suo alveare. Un fatto di amore verso la terra dei propri cari, dei propri genitori. C’è poi un risvolto pratico: non voglio disperdere la collezione che io e Teresita abbiamo raccolto e così ho deciso di portare tutte le mie opere in Abruzzo, in sedi lontane dai centri dell’arte, per gettarvi semi di bellezza. L’ultima semina è ad Atessa: in questa cittadina ai piedi del Monte Pallano, che custodisce tanti miei ricordi di ragazzo, ho creato il Museo d’Arte Aligi Sassu. L’idea nasce da un incontro con Giulio Borrelli, corrispondente a NewYork del Tg1, originario di Atessa. Ha individuato, con un gruppo di amici, in Palazzo Ferri la sede per la donazione: una novantina di disegni e acquerelli, quasi tutti inediti e una selezione dell’opera grafica di circa 120 incisioni, acqueforti, acquetinte tratte dalle cartelle più importanti, fra cui l’Orlando furioso, presentata da Vittorio Sereni, e i Cavalli innamorati, con i versi di Raffaele Carrieri.

Può individuare un inizio nella sua storia di mecenate?
Nel 1994 ricevetti il Premio Majella, onorificenza per personalità abruzzesi che si sono distinte fuori regione o all’estero. Mi chiesero qual’era il sogno che custodivo nel cassetto. Risposi: “Un museo dove collocare tante opere da me raccolte in quarant’anni di attività”.

Invece di un museo ne ha fatti nascere molti…
Il primo è stato il Museo dello Splendore, il Mas, nel 1997: duecentoquaranta opere vengono esposte per sei anni nelle sale dell’antico convento francescano. Una sede che fa da scenario a mostre importanti dedicate a Sassu, Morandi, Chagall,Messina, Cascella, Crocetti. Nel 2002 nasce ilMuseo di arte moderna di Vasto nel cinquecentesco Palazzo D’Avalos, dove Vittoria Colonna aveva ospitato Michelangelo e Petrarca, con ottanta grandi dipinti di quattro artisti italiani (Bonichi,Carmassi,De Stefano, Falconi) e quattro spagnoli (Mensa, Orellana, Ortega, Quetglas). Nel 2003 il dono alla Fondazione Carichieti dei 58 acquerelli eseguiti da Sassu nel 1943 per illustrare i Promessi sposi e la contemporanea creazione del Centro Abruzzese Studi Manzoniani (CASM), dell’Agenda Manzoniana e del concorso scolastico sull’illustrazione ispirata a opere dello scrittore lombardo. È un dono a Chieti, città dove ho studiato, che nel suo essere sede universitaria e arcivescovile potrà far risaltare lo spessore culturale e religioso del Manzoni. Sempre in questa città ho aperto la sezione contemporanea del Museo Barbella con centouno opere di settanta artisti: de Chirico, Campigli, Manzù, Messina, Sassu, Guttuso, Migneco, Savinio, Grosz, Miró, López García, Mensa… ATornareccio ho destinato la raccolta In nomine patris, una trentina di sculture, dipinti e grafiche, come omaggio alla memoria di mio padre. A partire dal 2005 la manifestazione “Un mosaico per Tornareccio” vuole rendere ogni casa un’opera d’arte, grazie ai bozzetti di grandi artisti accanto a giovani emergenti che si trasformano in opere musive pubbliche, collocate sulle facciate del centro storico. Nel 2008 al Museo di Castelli, centro della ceramica che ha servito le corti di mezza Europa, ho collocato 200 sculture e ceramiche di Sassu realizzate tra il 1939 e il 1990. Entro l’anno con circa 200 opere di grandi artisti apriremo la sezione contemporanea del Museo di Palazzo De Mayo a Chieti. Infine la donazione in corso di trecentocinquanta grafiche, da Goya a Picasso, al Museo archeologico di Atri.

Perché ha scelto di distribuire le collezioni in più sedi invece di concentrarle in un unico museo?
Ho voluto diffondere richiami all’arte e alla bellezza: è come se accendessi dei piccoli fuochi, come se piantassi degli alberi. Mi auguro che vengano ben accolti, alimentati e fatti crescere nel tempo, per aiutare i giovani a ricercare la bellezza che, com’è stato per me, li farà vivere meglio e risponderà alla loro sete di grandi orizzonti.

Torniamo all’artista a cui è dedicato il Museo di Atessa. Quando ha conosciuto Aligi Sassu?
Nel 1958 attraverso Helenita Olivares, grande cantante lirica, allora fidanzata dell’artista, che poi sposerà. Ma la molla che trasformò la conoscenza in amicizia fu una poesia. Ero rimasto particolarmente colpito da un crocifisso che l’artista aveva donato a Helenita: scrissi dei versi e li intitolai “Il crocifisso di Sassu”. Piacquero molto al maestro che mi invitò a passare le estati del ’59 e del ’60 ad Albisola. La cittadina ligure era un celebre centro della ceramica e insieme luogo di vacanza. Così, a vent’anni, ho conosciuto grazie a Sassu grandi artisti, come Fontana, Fabbri, Capogrossi, Appel, Jorn, Ortega, Scanavino, Lam ma anche i poeti Quasimodo, Sereni, Fabiani e il critico d’arte Mario De Micheli. Una rete di amicizie che mi portò a Milano. Ilmio primo lavoro, nel 1961, fu l’ideazione e la direzione di un teatro: La Piccola Commenda, dove hanno recitato anche Paola Borboni, Alberto Terrani, Adriana Innocenti. Alla direzione artistica chiamai il famoso Enzo Ferrieri, già direttore del teatro e dell’omonima rivista “Il Convegno”. Nel teatro – che feci affrescare da Sassu mentre per le scenografie scelsi artisti come Lucio Fontana e Agenore Fabbri –, allestii le mie prime mostre, a partire da quella dedicata a Mario Rossello.

La svolta, nella sua vita e in quella di Sassu, fu l’apertura nel 1963 della Galleria Trentadue, un riferimento per l’arte figurativa…

Ilmaestro rimase senza gallerista e io mi offrii di aprire una galleria e di occuparmi della sua opera. Ero giovane, inesperto ma Sassu ebbe fiducia nelle mie capacità. Accanto al grande maestro milanese mi occupavo di artisti spesso alle prime mostre e che avrebbero fatto una luminosa carriera come Caruso, Federica Galli,Mariani. Poi con il trasferimento in Brera nel 1967 ebbi l’esigenza di presentare anche gli artisti più affermati, come Piero Guccione,Carlo Mattioli, Mario Schifano, Giuliano Vangi, Floriano Bodini, Robert Rauschenberg…

Quali erano i rapporti tra Sassu e gli altri artisti della Trentadue?
Ha mostrato sempre una grande modestia nei rapporti con gli altri artisti. Amava innanzitutto i giovani che lui frequentava, incoraggiava e spesso sosteneva acquistando in galleria le loro opere. Così nella collezione del maestro entrarono José Ortega, Carlos Mensa, Robert Carroll, Gioxe De Micheli. Quando assunsi nella mia scuderia artisti di maggior richiamo sorsero delle piccole gelosie, anche perché Sassu era mio cognato – sua moglie Helenita e mia moglie Teresita erano sorelle – e a lui dedicavo molte delle mie forze per valorizzare e promuovere la sua opera. Ma era una sana competizione. Sassu non mancava mai alle vernici della Trentadue.

Quali furono i momenti più significativi del suo sodalizio con l’artista?
Ricordo con commozione la prima antologica all’estero nel 1965: cento dipinti a Bucarest, su invito del governo romeno. Due anni dopo la riapertura della Galleria Civica di Cagliari con una rassegna di 111 opere. Le tante mostre nei musei spagnoli, un rapporto cresciuto a partire dalla residenza che avevamo a Maiorca, quasi una seconda patria per me e Sassu. E poi le esposizioni nei musei sudamericani, la grande antologica di Monaco nel 1987… Ma credo che il successo più grande sia stato la mostra di Palazzo Reale a Milano nel 1984 con 270 opere distribuite nelle 26 sale del primo piano. In quell’occasione ho voluto presentare l’universo Sassu, un artista che all’estero è considerato il “Picasso italiano” perché ha sperimentato con successo tutte le tecniche: dall’incisione alla scultura, dalla pittura all’illustrazione, dalla ceramica al mosaico e all’affresco. Realizzai anche una sala oscurata dove venivano proiettate le immagini dei suoi murali. Fu una grande impresa organizzativa, culturale e mediatica a partire dalla creazione del comitato scientifico, con personalità come Carlo Ragghianti, Franco Solmi, Mario De Micheli, Alberico Sala. L’inaugurazione coinvolse migliaia di persone. La mostra fu un punto fermo per il riconoscimento del valore dell’opera del maestro.

Centinaia furono le pubblicazioni di cartelledi grafica…
Racconto un episodio. Tutti mi chiedevano mostre sul tema dei cavalli, ma non avevo a disposizione tanti quadri da soddisfare tutte le richieste. Allora proposi a Sassu di realizzare una cartella con venti incisioni. L’idea gli piacque e accompagnai le grafiche con dieci poesie composte per l’occasione da Raffaele Carrieri. Nacquero così nel 1973 i Cavalli innamorati. La stessa custodia, che conteneva poesia e grafiche, venne realizzata in serigrafia. In tre mesi,invece che nei tre anni previsti, esaurimmo l’intera tiratura.

Grazie al vostro pluridecennale rapporto d’amicizia e professionale Sassu ha avuto più volte occasione di visitare e operare in Abruzzo: vuole ricordare qualcuna delle mostre e delle opere più significative?
Il rapporto con l’Abruzzo precede la nostra conoscenza: nel 1948 vinse il premio Michetti con un “caffè” dal titolo Malinconia. Nel 1964 gli venne affidata una cappella della chiesa di Sant’Andrea a Pescara, dove esercitava il suo ministero mio fratello, padre Fiore: realizzò un dipinto murale a tempera di 15 metri dedicato al Concilio che raffigurava al centro San Pietro con GiovanniXXIII e Paolo VI e ai lati i padri conciliari insieme a personaggi della vita quotidiana, come mio padre Ottavio e mio fratello sacerdote. Ricordo le due grandi antologiche di pittura a Teramo e una di scultura a Castelbasso (Te). Importante nel percorso artistico di Sassu è stata la conoscenza dei coniugi Gizzi, che,nel loro castello di Torre dei Passeri, hanno realizzato le più grandi mostre dedicate all’arte ispirata a Dante: da Michelangelo a Raffaello, da Botticelli a Blake. Sassu fu invitato a illustrare la Divina Commedia: i 112 olii che vennero esposti per la prima volta al Castello dei Gizzi nel 1987. D’altronde proprio nel suo nome, Aligi, che è un personaggio della dannunziana Figlia di Iorio, era scritto il suo legame con la terra d’Abruzzo, dove era destino che tante sue opere restassero.

La sua Galleria è stata un crocevia tra le arti figurative, la poesia e la musica. Da cosa nasce questo dialogo?
Conoscendo sempre meglio Sassu e il suo mondo, ho scoperto e apprezzato l’attenzione che aveva nei confronti della letteratura, classica e contemporanea. Amava frequentare i poeti e illustrare i loro testi. Compresi come la poesia potesse essere fonte di ispirazione per le arti figurative. Anch’io ho frequentato molti poeti. Sono stato onorato dall’amicizia del premio Nobel Salvatore Quasimodo, che veniva spesso alle nostre inaugurazioni. Nelle sue passeggiate a Brera la Trentadue era diventata una tappa fissa prima del suo ritorno a casa. E la galleria è stata frequentata da Dino Buzzati, Giuseppe Ungaretti, Giovanni Testori, il poeta spagnolo Rafael Alberti, Leonardo Sciascia, e soprattutto il carissimo poeta tarantino Raffaele Carrieri.

Lei ha spesso preferito letterati e poeti a critici di professione nella presentazione dei suoi cataloghi. Perché?
È stato un modo di favorire il dialogo tra gli artisti della mia galleria e i letterati e i poeti: dai già citati Raffaele Alberti e Raffaele Carrieri ad Alberto Moravia, Vittorio Sereni, Enzo Fabiani, Alberico Sala, Mario Luzi,Dacia Maraini, Eugenio Montale, Baltasar Porcel, Giovanni Raboni e altri. Creai, con Sandro Boccardi, una collana chiamata Il Bicordo, preziosi volumetti dove i versi inediti di grandi poeti, come Ghiannis Ritsos e Günter Grass, che poi ricevette il Nobel, si accompagnano ai disegni appositamente realizzati dagli artisti della Trentadue.

La Trentadue ospita personalità, correnti, linguaggi e visioni della realtà differenti. Accomunati tutti, però, dalla fiducia nella figurazione. Lei ama definire questo approccio “arte per immagini”. Cosa significa?
Con quell’espressione intendo un’arte di rapporto, un’arte di comunicazione esplicita tra artista e spettatore. Il termine medio è appunto l’immagine come terreno comune d’intesa, come punto non ermetico di convergenza, come linguaggio aperto. Max Beckmann diceva che l’unica stradaper l’invisibile è il mondo visibile. È la nostra condizione. L’immagine è la chiave o il tramite di questa conoscenza. E invisibile non è parola che voglia indicare qualcosa fuori dalla realtà, bensì la sostanza, il cuore dei sentimenti, il lievito più segreto di un accadimento. Arte per immagini quindi come dialogo attivo fra l’artista e gli altri, come intento di una comprensione reciproca. Arte per immagini come spazio di ricerca e segno distintivo di chi,pur in un tempo così complesso e travagliato come il nostro, insegue con tenacia i valori autentici e universali della poesia e della bellezza.

Nel 2000 la decisione di chiudere la Trentadue. Perché?
La chiusura della Galleria è una decisione che ho maturato alla fine degli anni novanta: sentivo dentro di me di non essere quasi più all’altezza dei tempi. Non riuscivo più a sintonizzarmi con le nuove tendenze dell’arte: un mondo che andava sempre più commercializzandosi, e il mercato prendeva il sopravvento sull’artista e la sua opera. La galleria per me è un centro di cultura per diffondere l’amore per l’arte. Decisi di chiudere la Trentadue con un anno di mostre dedicate al tema della bellezza e le affidai a illustri storici dell’arte come Maurizio Fagiolo dell’Arco, Gianfranco Bruno e Baltasar Porcel.

Che ruolo ha avuto sua moglie nella sua attività di gallerista e mecenate?
Qualcuno ha detto che accanto a un grande uomo c’è sempre una grande donna. Io sono un piccolissimo uomo ma ho avuto la gioia di condividere quasi quarantotto anni della mia vita con una grandissima donna, straordinaria per la sua bontà e le sue capacità artistiche,la sua semplicità e la sua mitezza disarmanti. È stata per me un dono del Signore: da una parte quasi un angelo custode, dall’altra una donna che mi ha aiutato in tutte le iniziative. Mi ha dimostrato tutto il suo amore quando decise di rinunciare alla sua attività di musicista per condividere il mio impegno nel mondo delle arti figurative. Gli artisti rimanevano molto colpiti dalla sua sensibilità. Raffaele Carrieri l’aveva soprannominata teneramente “la tortora nera”. Sassu nutriva per Teresita grande affetto e stima e le aveva dedicato alcuni dei suoi ritratti più belli.

Come si inserisce Crocevia, la fondazione che porta il suo nome e quello di su amoglie, nell’attività di mecenate?
Crocevia ha per obiettivo lo studio e la promozione dell’arte sacra del Novecento e, contemporaneamente, la salvaguardia e la valorizzazione delle mie collezioni oggetto di donazione. Teresita ne era entusiasta, anche per la prospettiva di Crocevia di realizzare un dialogot ra le arti e continuare così, con unosguardo e un respiro più ampio, l’attività culturale che ha visto come centro la Trentadue. Credo nella bellezza spirituale legata all’arte e alla poesia, ai valori che ancor oggi possono nobilitare l’uomo, nonostante i suoi limiti e ild ifficile momento storico che viviamo, in cui la paura sembra vincere sulla speranza, l’egoismo sulla solidarietà e sull’amore, l’improvvisazione sulla professionalità. A Crocevia il compito di gettare semi di bellezza e di speranza.
Giovanni Gazzaneo

Il ritorno, 1927
Sassu Aligi

Il ritorno, 1927

Ultradecorazione, 1927
Sassu Aligi

Ultradecorazione, 1927

I musici, 1931
Sassu Aligi

I musici, 1931

I ciclisti all’arrivo, 1931
Sassu Aligi

I ciclisti all’arrivo, 1931

La nuda, 1932
Sassu Aligi

La nuda, 1932

Fucilazione nelle Asturie, 1935
Sassu Aligi

Fucilazione nelle Asturie, 1935

La casita, 1982
Sassu Aligi

La casita, 1982

Ruggiero e l’ippogrifo, 1974
Sassu Aligi

Ruggiero e l’ippogrifo, 1974

Ruggiero e Gradasso, 1974
Sassu Aligi

Ruggiero e Gradasso, 1974

Il cavaliere caduto, 1959
Sassu Aligi

Il cavaliere caduto, 1959

Cavalli verdi, 1951
Sassu Aligi

Cavalli verdi, 1951

Caffè, 1956
Sassu Aligi

Caffè, 1956

Suonatore di mandola, 1985,
Sassu Aligi

Suonatore di mandola, 1985,

Monica e suoi fans, 1976
Sassu Aligi

Monica e suoi fans, 1976

Helenita, 1967
Sassu Aligi

Helenita, 1967

Anna Teresa Olivares, 1962
Sassu Aligi

Anna Teresa Olivares, 1962

La rossa, 1944
Sassu Aligi

La rossa, 1944

Carlisti che fucilano un repubblicano, 1937.
Sassu Aligi

Carlisti che fucilano un repubblicano, 1937.

Autoritratto, (Parigi), 1934
Sassu Aligi

Autoritratto, (Parigi), 1934

Tre cavalli sulla scacchiera, 1983
Sassu Aligi

Tre cavalli sulla scacchiera, 1983

Sassu Aligi